Il fondatore: “Il primo del suo genere in Italia”. Esposti 25 pezzi storici
Rullante, cassa, piatti, un paio di tom-tom e poi, se si vuole, altre percussioni. Un’intera sezione ritmica suonata da un solo musicista e riunita in un solo strumento: la batteria. Il fanese Daniele Carboni, 55 anni, le ha dedicato un museo. È il primo nel suo genere in Italia ed è stato inaugurato di recente a Bellocchi di Fano, in via Albertario vicino all’impresa di famiglia Nautilus, che si occupa di allestimenti. L’idea è di farne uno spazio musicale a tutto tondo: anche corsi, esibizioni, piccoli concerti. “Ricevo da ogni regione le telefonate per prenotare le visite, soprattutto da scuole di musica”, dice Carboni. La collezione è composta da 25 pezzi storici prodotti in un arco di tempo fra gli anni ‘20 e gli anni ‘80 del secolo scorso. C’è per esempio una Ludwig Oyster Black, il modello preferito da Ian Paice per le sue rullate hard rock nei Deep Purple. Oppure una Gretsch Rond Badge, strumento che si lega a doppio filo al ricordo di Charlie Watts, Rolling Stones, scomparso nell’agosto scorso. Non si tratta degli stessi strumenti appartenuti ai grandi della scena rock, pop, blues oppure jazz, sono invece batterie dello stesso tipo, che infatti Carboni chiama affettuosamente “le gemelle”. In cinque lustri di ricerche ne ha scovate un po’ ovunque, spesso ricorrendo a informazioni o annunci trovati sulla Rete. “Più sono rovinate – assicura Carboni – e più mi appassiona l’idea di riportarle alla completa funzionalità. Recuperarle è forse l’aspetto più divertente di questa mia passione. Com’è nata? Suono da quando avevo 14 anni e ho iniziato con la batteria, poi strada facendo sono passato al canto, ma continuo a coltivare il primo amore musicale”.
La numero uno della collezione è una Ludwig Oyster Black del 1969, rintracciata in provincia di Parma. Per fare un paio di altri esempi, ora è in buona compagnia insieme con una Premier Mahogany Duroplastic risalente al 1962 (“Il primo modello di batteria gradito a Ringo Starr, The Beatles”) oppure una Ludwig Amber Vistalite del 1978, “lo stesso tipo che usava anche John Bonham dei Led Zeppelin”. “Ho tutta la produzione di batterie italiane – prosegue Carboni – fra gli anni ’40 e ’80: le Alberti, le serie Meazzi Jolly e Hollywood, come quelle usate dai gruppi Beat e rock’n’roll anni ’60, e le Hi-Percussion come quelle di Tullio De Piscopo, Orme, Pfm e gruppi progressive nostrani. I pezzi esposti nella Mostra della batteria sono però solo una parte della mia collezione, ne ho infatti tanti altri in magazzino. Il mio sogno è di ottenere uno spazio espositivo in un palazzo nel centro di Fano, in un luogo dove tanta storia della cultura popolare moderna trovi collocazione ideale». La struttura in via Albertario è gestita dall’associazione Luciano Bonfitto.

“Luciano – spiega Carboni – è scomparso l’anno scorso, è stato mio socio nel primo studio di registrazione oltre che il compagno di tante avventure come il Festival della Fortuna anni ’80. Un grande chitarrista, per anni turnista di Mino Reitano, Paul Menners, ex cantante dei Cugini di Campagna, e tanti altri nomi noti della scena italiana”. Il biglietto d’ingresso costa 5 euro, info su Facebook e Instagram. In conclusione la musica può essere considerata nel destino della famiglia Carboni. Nel 2002 Daniele, suo fratello Filippo e il padre Sergio hanno realizzato un murale nella Bodeguita del medio, storico bar ristorante all’Avana di Cuba, che raffigura il tipico cocktail Mojito contornato da strumenti musicali: conga, chitarra e piano. Ora il murale e il successivo ritratto di Ernest Hemingway, opera del solo Sergio Carboni, sono parte integrante di un locale, la Bodeguita, divenuto patrimonio dell’umanità.
Il museo è aperto la domenica dalle ore 16 alle ore 20 (altri giorni su prenotazione – telefono 335.1927112 – o info@museodellabatteria.it). Ingresso 5 euro con visita guidata.






















