Mi si dirà che spesso il cittadino prende consapevolezza della norma solo nel momento in cui, violata la stessa, ne è chiamato a pagarne le conseguenze. Fatta la doverosa premessa che la norma va rispettata non ci si può forzosamente convincere che la stessa sia sempre e comunque “giusta”. Il caso di studio è oramai “tristemente” noto a chi frequenta il tratto stradale tra gli abitati di Cagli e Acqualagna. Lo stesso, da tempo immemore, è assoggettato al limite massimo di velocità posto a 70 km/h. Tutti lo sanno e la segnaletica verticale lo ricorda in maniera incontestabile ma è solo il recente posizionamento di un rilevatore automatico di velocità che ha reso evidente tale limitazione in ragione del ragguardevole numero di infrazioni rilevate con conseguenti sanzioni pecuniarie e, in casi estremi, decurtazione di punti patente. Si diceva che non si obietta certamente su questo ma, nel contempo, non si può non sollevare una severa critica sull’opportunità di tale limitazione in un tratto stradale percorso prevalentemente per motivi di lavoro. A difesa delle proprie scelte le Amministrazioni adducono motivazioni varie tra cui, la più ricorrente, riguarda la pericolosità del tratto in virtù, ad esempio, degli attraversamenti “a raso” eredi di un’obsoleta concezione del servizio viario non in grado di separare, cercando di coniugarle, le esigenze del traffico locale con quelle della viabilità di medio e lungo raggio. Poniamoci, ad esempio, nei panni di chi, da Fano, voglia avviarsi in direzione di Roma lungo la citata direttrice. Si parte e dopo pochi chilometri, avvertiti della presenza di un limite a 90 km/h (ma da regola, sulle strade a quattro corsie con doppia carreggiata il limite non era a 110 km/h?), si oltrepassa un totem per la rilevazione delle velocità istantanee su cui campeggia, ben visibile, un adesivo indicante il limite a 110 km/h. Diciamo pure che qualcuno si è dimenticato di aggiornarlo! Si giunge poi in località Calmazzo apprendendo come la vera direttrice imboccata conduca non a Roma, come previsto dai romani fin dall’epoca repubblicana, ma Grosseto in ragione di una scelta “strategica” che prima o poi la storia ci dovrà spiegare. S’imbocca dunque la variante Flaminia e, tra un cantiere e l’altro, si viene privati delle quattro corsie entrando nell’imbuto del tratto incriminato. Non è che poi le cose migliorino visto che l’attraversamento del tratto appenninico prevede un tratto stretto e tortuoso, tra Cagli e Cantiano, per piombare poi in una serie di interminabili cantieri con deviazione di traffico e/o interminabili semafori in quello che è l’eterno cantiere del tratto Cantiano-Gubbio. Anche qui veniamo tranquillizzati dicendo che si tratta di inevitabile manutenzione ma allora perché, nelle vicine province di Ancona e Macerata, sono state allestite due distinte direttrici, Ancona-Perugia e Macerata-Foligno collegate da viabilità “ortogonale” tra cui la costruenda pedemontana nel tratto Fabriano-Muccia? Evidentemente non ci si può convincere di non essere figli di un Dio minore! Può allora il cittadino utente veder gravare unicamente su di se le inefficienze di un sistema che persevera nella mancanza di una visione non diciamo strategica, termine questo bandito in Italia, ma almeno tattica sul medio periodo? Non sarebbe forse il caso di destinare risorse dove queste oggettivamente vengono richieste abbandonando fantasiosi, quanto non dolosi, progetti di improbabili infrastrutture di vario genere? A ciò si chiede risposta non accontentandosi di vederla sviata a causa di onnipresenti limiti e distinguo dietro cui chi è chiamato a programmare troppo spesso si trincera e difende l’indifendibile mancanza di una visione per il futuro in virtù del comandamento: se c’è una buca non provvedere a ripararla in tempi brevi ma metti un avvertimento e abbassa il limite di velocità!
Intervento del professor Mario Corsi (Cantiano)





















