“Credo che io fossi predestinata – esordisce l’archeologa pesarese Laura Cerri – perché non so ancora darmi una spiegazione di come tutto sia iniziato. Ricordo che sui 5 anni avevo già il desiderio di fare l’archeologa e oggi, per la passione e l’entusiasmo che metto ancora dopo trent’anni di lavoro, ne sono convinta più che mai. Tutt’ora per me ogni lavoro è come se fosse il primo giorno!”. Qual è stato il suo percorso? “Vista la mia indole, anche il percorso scolastico è venuto da se, perché dopo il liceo classico, ho scelto la facoltà di lettere classiche con indirizzo archeologico, per poi fare un dottorato di ricerca con un progetto sul Marocco. Tutto questo ha comportato il mio trasferimento a Siena, per cui a 19 anni ho dovuto lasciare la mia famiglia. La prima vera esperienza archeologica sul campo è avvenuta a Brindisi durante il primo anno di università, dove abbiamo fatto una ricognizione su una vasta area di terreno. Mi sono trovata subito in sintonia con questo mestiere, ma ho dovuto tirar fuori le unghie e stringere i denti, nell’impegnare tutta me stessa sia sul campo che sui libri. Negli anni di università ho lavorato materialmente metà dell’anno negli scavi e gli altri sei mesi studiato sui libri per restare a pari con gli esami. Mi sono laureata con 110 e lode e plauso della commissione e del mio relatore”.
Ma è un mestiere faticoso e rischioso? “Il lavoro è faticoso mentre il pericolo dipende dalle circostanze. Nell’immaginario collettivo l’archeologo lavora con il pennellino e va in cerca di avventure, invece qui si usa pala e piccone con carriole e secchi di terra. Si lavora intere giornate chini sul terreno e in base al luogo e alla stagione in cui ci si trova, si agisce con il gelo d’inverno e gran caldo d’estate. I pericoli in generale sono quelli che si incontrano nei cantieri edili, oppure se si lavora in posti isolati, come spesso mi capita, si possono incontrare animali randagi e selvatici come cani, lupi o cinghiali e per questo motivo ci si attrezza con scacciacani e spray al peperoncino. Alcune volte lavorando in posti pericolosi ci si può trovare per svariati motivi al centro di sparatorie di banditi o guerriglieri. Personalmente dopo tanti anni di lavoro in Marocco e anche in alcune zone italiane, per queste cose mi sono fatta le ossa e temprata nel coraggio”.
Quale è stata la scoperta di maggior soddisfazione? “Occupandomi di indagini geofisiche, è l’aver riportato alla luce intere città sepolte di epoche e civiltà del passato, come la vicina Forum Sempronii, oppure in altri luoghi come in Puglia, Marocco e Grecia. Un’altra scoperta di grande soddisfazione è stato l’aver riportato in luce la c.d. Domus di Diana nella città romana di Cosa in località Ansedonia – Orbetello GR, dove con i colleghi americani abbiamo scavato una ricca dimora con mosaici, statue, iscrizioni ed una cisterna perfettamente conservata, ora visibile a chiunque visiti il sito archeologico. Un altro luogo che abbiamo indagato con prospezioni geofisiche assieme al prof. Mei dell’Università di Urbino si trova a Colli al Metauro in località Saltara, dove risulta esserci una grande villa romana di circa 3000 mq. abbastanza in superficie. Sarebbe opportuno iniziare gli scavi, perché potrebbero venire alla luce dati interessanti che darebbero risalto al paese e all’intero territorio, ed in tal senso c’è la volontà sia del Comune che della Soprintendenza di farlo. Per un archeologo, ogni scoperta dona sempre grande soddisfazione”.
Quali sono le emozioni che si provano? “Entusiasmo, felicità e piacere per aver riportato alla luce un pezzo di storia, che deve essere studiato, capito e contestualizzato dal punto di vista archeologico, storico e culturale. Una scoperta per un archeologo non è mai un fatto compiuto, ma un punto su cui partire per analizzare, capire e ricostruire il contesto generale di cui quel ritrovamento fa parte”.
Allora è compito dell’archeologo ricostruire il passato e come lo fa? “Certo, e viene fatto mettendo insieme i tanti frammenti del passato con i quali riusciamo a ricostruire la storia attraverso le testimonianze recuperate dal terreno. L’uomo del passato ha lasciato involontariamente dei reperti o delle tracce e questa autenticità, ci permette di ricostruire i fatti più insoliti”. Perché è importante sapere del passato? “Per avere la consapevolezza del presente, perché se non conosciamo il nostro passato non possiamo capire il nostro presente. Il passato è la strada che abbiamo percorso per arrivare fin qui e quindi è fondamentale conoscere quella strada per capire dove vogliamo andare. Inoltre il passato lo si studia anche per curiosità e per il fascino che trasmette o anche per amore dell’antico”. Chi è Laura Cerri? “Una persona molto dinamica che non si ferma mai, perché questo mestiere mi coinvolge completamente e che per me è diventato uno stile di vita. Mi piace imparare sempre cose nuove nella vita come nel lavoro. Amo il mio mestiere perché permette di viaggiare molto e vedere luoghi nuovi, ma ho anche una famiglia, una figlia ed un compagno, per cui la casa è sempre il nido in cui tornare”.






















