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Ora che il destino si è compiuto, la storia finisce. Qui e forse per sempre. Altro non rimarrà che la memoria, carica di emozioni vissute, pregna di amore collettivo. A breve, alimentata dal grato ricordo, fiorirà copiosa la leggenda. Quella di un simbolo identitario che ci ha rappresentato (e inorgoglito) per oltre un secolo, volando alto come solo le aquile sanno fare, restando ognora giovane e nobile come attestava il suo nome. Al di là del tempo, al di sopra di trionfi  e pagine amare. L’Alma non è più, dunque. E nel silenzio rispettoso che deve accompagnare ogni dipartita si fanno largo domande e sospetti, pesanti come macigni, laceranti come pallottole. Sono dubbi e interrogativi che partono da lontano, perché la morte era largamente annunciata da mesi, anni. Troppi e troppo a lungo mal gestiti. E allora entriamo nel doloroso merito, facendo nomi e cognomi. Cosa c’è di vero nell’opinione diffusa che Gabellini (sì, proprio lui, Mister Voglio la B) non sia in realtà mai uscito di scena ma abbia continuato a manovrare i fili della vicenda da dietro le quinte come un abile burattinaio? Perché al suo disimpegno (vero o presunto che sia stato) non ci si è mossi a livello locale facendo fronte comune e rilevando il club, poi nominalmente finito nelle mani del carneade Offidani? Come mai di fronte alla stucchevole pantomima del camaleontico Russo (che un giorno esternava una cosa e il dì appresso annunciava al mondo il suo esatto contrario) nessuno ha battuto il pugno sul tavolo, chiamandolo a rendere conto di ciò che stava facendo e di quanto aveva intenzione di fare?  Chi ha consentito al famigerato Guida (di fatto, il boia che ha calato impietosamente la ghigliottina) di impadronirsi del sodalizio quando era arcinoto che non ne aveva le capacità economiche e neppure le competenze idonee? E se la politica è l’arte del confronto e del dialogo finalizzati al raggiungimento di un accettabile compromesso perché la nuova giunta comunale (e di concerto con essa il neonato Consorzio Fano Sport, che facendo orecchie da mercante alle richieste di aiuto nella sostanza ha tradito il suo mandato istituzionale) non ha tentato tutto il possibile per individuare una soluzione che non fosse quella di buttare l’acqua sporca insieme al bambino? Da ultimo, quale la spiegazione della tardiva discesa in campo di Cogliando e Auspici, intervenuti a chiedere mercé a cadavere ormai in decomposizione? Molteplici i quesiti rimasti senza risposta per non concludere che si è trattato di un delitto di stato che vede tutti, nessuno escluso, nelle vesti di mandanti ed esecutori, complici accertati e omertosi per interesse. Le prove sono schiaccianti e il verdetto finale non può essere che d’infamia. Inappellabile. Incancellabile.

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Sandro Candelora - (Opinionista)  

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