carne
iliad kena Tim elettrodomestici elettronici a Cagli
legno
Nelle sue pitture il molteplice diventa uno. Per essere anemos (ἄνεμος), per essere respiro. Soffio vitale (πνεῦμα). È da quella grecità che scaturisce. Carlo Iacomucci lo ha rappresentato. Lo ha dipinto. E il vento nella sua pittura diventa archè (ἀρχή).
Principio primo. Principio metafisico. Forza primigenia dominante. Che coinvolge, e talvolta sconvolge, tutti gli altri elementi della natura dentro una miscellanea alchemica di segni, disegni, luce, colore, forme. È suo da sempre. Se lo porta addosso come un abito che non può cambiare. La “Urbino ventosa”, di pascoliana memoria, in lui è penetrazione viscerale. Sostanza identitaria. Quel soffio vitale di dinamica libertà è nel contempo ossimoricamente stabile. Immutato. Immutabile pur nella sua mutevolezza che torna sempre nel luogo d’origine.
Il suo, quello di Iacomucci, è un ritorno ab initio. Ab origine. E se non è un luogo, è un tempo che emerge inequivocabilmente in quel Paleolitico delle Figure degli anni ’70-’80 che denunciano l’incipit del processo di ominazione. Non solo dalla facies ma anche, o soprattutto, in quella dilatazione della massa corporea. Ferma su se stessa e con lo slancio di procedere verso. Una staticità con il lievito della mobilità. Un “trasumanar” in vette inesplorate da cui tutto deriva e a cui tutto ritorna nella ciclicità del tempo.
Nanda Anibaldi

scarpe firmate
moda donna
irish pub cantiano
scarpe moda
arredamento interno