Riceviamo e pubblichiamo un breve racconto sulla gestione dell’abbattimento dei tigli in Piazza Andrea Costa a Fano lo scorso aprile
di Federica Branchini
Vorrei raccontare la mia breve storia a chi, con indulgenza, saprà ascoltarla. Mi chiamo Charlie e sono un invisibile atomo di carbonio. In compagnia di due atomi di ossigeno formo la briosa anidride carbonica. Dopo tanto girovagare mi ritrovai a bazzicare piazza Andrea Costa nel centro storico di Fano, una cittadina fondata dai romani dirimpetto al mare Adriatico. In un mite mattino d’aprile, venni catturato dalla foglia di un tiglio che da decenni abbelliva la storica piazza. Entrai tramite uno stoma, scontrandomi con molte molecole di ossigeno che correvano in direzione opposta per mescolarsi all’aria. Mentre io, all’oscuro del mio destino, ero spaventato, loro volavano verso la libertà sprigionando gioia da tutti i pori.
Presto mi separai anch’io dalla stabile triade: infatti, dirottato nei cloroplasti, inzuppato d’acqua fino al collo e accecato dalla luce, mi ricombinai, andando a inserirmi nell’ossatura del nobile glucosio. Così finii incastrato nella morsa di un piccolo ciclo oppresso dalla calca. Alla comitiva si era aggiunto perfino quel narciso dell’idrogeno! L’immobilità mi fece rimpiangere il lungo piroettare nel cielo e provare invidia per l’ossigeno che, solo soletto, aveva ripreso la via della frivolezza. Che shock passare in un lampo dalla leggerezza del gas alla solidità del cristallo!
Mentre stizzito mi disperavo, gli altri miei coinquilini iniziarono a rimproverarmi. Mi dissero che persino uno sciocco avrebbe capito, meglio di me, lo straordinario miracolo della fotosintesi! Da carbonio inorganico ero diventato il protagonista assoluto della molecola organica alla base della vita! Dovevo essere fiero di essere stato acciuffato dalla foglia anziché finire intrappolato in un calcare millenario. «Così hai contribuito a rinnovare il veloce ciclo dell’esistenza!», incalzavano i miei vicini e io non osai lamentarmi oltre. Rassicurato, scorrevo in un liquido viscoso e dolce, simile a uno sciroppo, diretto verso il ramo, poi nel tronco e giù fino alle radici. Posto poco al di sotto della corteccia, il canale in cui scivolavo si chiama «libro». Compresi allora senza dubbio che l’albero è davvero una soave biblioteca verticale, e sentii che nulla di grave mi sarebbe mai accaduto.
Durante quella lenta discesa, però, un forte rumore salì dalla piazza. Sembrava il ruggito di una motosega: un fracasso improvviso che fece a pezzi il silenzio e la sacralità della mia missione. Fui colto dal panico. E quando quel rombo cambiò in un sibilo metallico, capii che le lame stavano sfiorando il legno, e la speranza mi abbandonò.
Tuttavia, una calma repentina mi riscosse. I motori si azzittirono, ma il silenzio durò un attimo, squarciato da un coro di voci infuriate: «Giù le seghe dai tigli! Giù le seghe dai tigli!» Sentii allora la pressione di tante braccia, uno scudo umano che stringeva l’albero in un amorevole abbraccio.
Quando la protesta ammutolì, mi giunse, amplificato dal megafono, il discorso di un manifestante: «Quel che resta della basilica di Vitruvio potrà emergere senza sacrificare gli alti tigli! I monumenti della natura e della storia possono dimorare insieme. Salviamo i tigli dai tagli!» Le grida trovarono l’eco di una folla sempre più numerosa e battagliera. Fu così che un lungo corteo si avviò verso il vicino municipio.
Subito avvisato, il sindaco si diede alla macchia, lasciando la seguente dichiarazione: «I tigli saranno abbattuti. I resti della celebre basilica, descritta da Vitruvio nel trattato latino De Architectura, devono essere riportati alla luce. Queste sono grandi giornate per Fano e una scoperta scientifica e culturale di tale prestigio non può essere fermata».
Nel frattempo le forze dell’ordine stavano già sgombrando piazza Andrea Costa: le motoseghe poterono così dare inizio alla mattanza. Un pezzo alla volta, a uno a uno, i tigli caddero a terra: i tonfi risuonavano come disperati rintocchi di campane suonate a lutto.
In un ceppo ruzzolato al suolo c’ero io. La luce del giorno, lì per lì, mi accecò, ma appena ripresi a vedere, misi a fuoco la desolazione tutt’attorno. Il perimetro della piazza era delimitato da una ventina di monconi: rovine recenti accanto a rovine antiche. Sfrattati dai loro nidi, merli, colombacci e cinciallegre vagavano disperati. Fu proprio un merlo a beccarmi, cercando forse consolazione nella linfa zuccherina. Lontano dagli scavi di Vitruvio presto fui digerito e mi ritrovai di nuovo a volteggiare nell’aria, stretto ai soliti due inseparabili.
Se mai dovessi di nuovo finire in una foglia, vorrei che fosse quella di un albero dal destino meno ingrato dei tigli di Fano. Desidererei trattenermi molto più tempo nella pianta, con la speranza di tessere le lunghe catene del prezioso amido, essenziale riserva di energia per tutti gli esseri viventi.
Ho saputo del disappunto e della pena di tanti cittadini che oggi, passando nei pressi della piazza assolata e torrida, rimpiangono non solo l’allegria del variegato cinguettio e la frescura creata dalle ampie fronde, ma anche il profumo di miele che i fiori dei tigli diffondevano nell’aria, all’imbrunire delle sere d’inizio estate. È un profumo che sa di storie del passato, là dove gli scavi ci riportano; ma sarà soltanto il prendersi cura degli alberi a garantirci un futuro più lieto.























