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Mai fermarsi in mezzo al guado. Si rischia di vanificare gli sforzi compiuti per arrivare fin lì e viene in parte meno il coraggio che consente di gettare il cuore oltre l’ostacolo, raggiungendo così la riva opposta. Eppure quella meta va conquistata perché è avanti che bisogna guardare, mettendo la sordina a inutili tentennamenti e a vuoti languori. Entrano in gioco la tempra morale, la determinazione e la forza di spingersi oltre. Costi quel che costi. Con la mente prima ancora che con il corpo. E con le azioni che da una visione aperta e capace scaturiscono.  Fuor di metafora, esattamente a metà del fiume sembra essersi impantanata la questione, di corta data ma di capitale importanza, legata alla Basilica di Vitruvio. Elevati al cielo gli osanna per la sua scoperta, messa mano all’opera di ripristino di ciò che resta di visibile, scomodati luminari veri o presunti per elaborare una sia pur minima idea di recupero e valorizzazione, ad oggi e chissà per quanto tempo ancora si è incagliati nello status quo più assoluto. Non un passo significativo rispetto a quanto si poteva legittimamente fare e sacrosantamente si doveva. Ci voleva coraggio, appunto. Ce  ne vuole e ce ne vorrà parecchio se davvero si vuole mettere Fano al centro della storia dell’architettura moderna. Se si crede a un’idea e la si vuole tradurre in pratica occorre in altre parole avere una visione chiara e la ferma tenacia per difenderla. A quel punto, gli strumenti utili poi si trovano. Ecco  allora che la proposta formulata dal Professor Clini (e di quanti antepongono il bene collettivo ai miseri interessi di parte) di fare tabula rasa di tutto ciò che ostacola il pieno recupero dell’edificio non solo è totalmente condivisibile ma risulta addirittura improcrastinabile. Già immaginiamo la levata di scudi di questa o quella fazione a difesa dell’immobilismo ma a costoro ribattiamo che la pescheria (di valore storico risibile) può essere tranquillamente spostata altrove, al parcheggio è possibile rinunciare, gli alberi (neanche fossero d’oro) costituiscono la battaglia di retroguardia di chi predica bene e razzola male. E le abitazioni private? E i negozi? Calma e gesso, rispondiamo anche a questo. Il Ministero della Cultura ha la facoltà di espropriare, dietro congruo indennizzo riservato ai proprietari,  quelle aree che si frappongono alla salvaguardia e alla fruizione di siti di rilevante interesse monumentale. L’istituto giuridico di riferimento è il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, reso esecutivo dal Decreto Legislativo 42/2004. E allora cosa si aspetta? Forse che Vitruvio in persona rinasca dalle proprie ceneri e si metta a dar picconate a tutto quello che oscura la sua meraviglia? Non decidere, cari temporeggiatori, è grave. Ma decidere di non decidere è anche peggio.

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   Sandro Candelora   (Opinionista)

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