“Scrivo principalmente in dialetto – argomenta il poeta dialettale Tommaso Berloni di Serrungarina – perché questo idioma mi affascina, mi diverte e rende ogni testo immediato e sincero. Con questo modo di parlare riesco a descrivere un’infinità di emozioni, che nella lingua italiana non sarei in grado di raccontare”. Come si è avvicinato a questo tipo di poesia? “Sicuramente è una cosa innata in me, perché ho scritto la prima poesia dialettale quando frequentavo la seconda classe delle scuole secondarie di primo grado, dove ho partecipato e vinto un concorso indetto dal Comune di Cartoceto”. Perché e cosa scrive principalmente? “Scrivo perché ci sono argomenti di cui sento il bisogno di descriverli in rima come per renderli immortali. Espongo sempre cose allegre e simpatiche, perché il dialetto deve trattare argomenti spensierati e gioiosi. Racconto il mio vissuto, descrivendo situazioni anche imbarazzanti ma senza mai scendere nel volgare”.
Vuol comunicare qualcosa con le sue opere? “Con le mie poesie non penso mai a divulgare dei messaggi o di insegnare qualcosa della vita, ma esterno solo il mio pensiero oppure cerco di sempre esternare argomenti che tutti pensano, ma che nessuno ha mai avuto il modo di manifestare”. Vi è un momento particolare in cui arriva l’ispirazione? “Principalmente scrivo la domenica mattina. Mi sveglio di buon ora verso le sei e mentre sono ancora sotto le coperte a mente fresca compongo con l’ausilio del telefonino, poi ovviamente negli spazi liberi della giornata rileggo e correggo ciò che avevo scritto al mattino, raccogliendoli poi in un mio blog”. Che emozioni prova nello scrivere una poesia? “Quando compongo è l’unico momento in cui sento davvero essere me stesso e non provo il bisogno di confrontarmi con alcuno o chiedere aiuto, perché ho la certezza di compiere qualcosa che mi riesce davvero bene”.
Ha mai partecipato a concorsi per poesia dialettale? “Non sono un amante dei concorsi anche se qualche volta specialmente sull’insistenza di qualche amico sono andato, raccogliendo anche un buon giudizio della critica. Amo invece partecipare alle serate di poesia che si organizzano nel mio comune o nei paesi limitrofi, in cui ci conosciamo quasi tutti, per cui mi sembra di essere a casa mia. Invece quest’anno ho pubblicato un libro dal titolo Cò tél dig a fé , che è una raccolta di mie poesie dialettali, alle quali è stato affiancato ad ogni poesia una fotografia inerente al tema. Queste foto sono state scattate dalla mia amica Emanuela Regini”. Fa parte di qualche associazione di poeti? “Sì, sto frequentando un gruppo di poeti chiamato De Tra Vers, per cui consigliato da loro, ho provato anche a scrivere in dialetto alcuni avvenimenti dolorosi o tristi, cosa che non avevo mai fatto prima e mi sono accorto che il dialetto è una lingua adatta anche per argomenti meno leggeri”.
Il dialetto potrebbe essere usato anche nelle commedie? “Certo. Infatti grazie a questo gruppo di poeti ho potuto avere un ruolo nel film dal titolo Max e Macio di Henry Secchiaroli girato nel mio paese di Serrungarina. Faccio parte anche del gruppo teatrale dialettale fanese chiamato In Scena. Nel febbraio scorso ho debuttato come attore nel cinema Politeama di Fano e siamo già al lavoro per un’altra commedia che sarà presentata nel prossimo febbraio 2027”. Programmi futuri? “ Sono impegnato talmente nel volontariato che programmi per il futuro non ne ho. Mi diverto a leggere le mie poesie assieme al gruppo De Tra Vers diretto dal famoso poeta dialettale Elvio Grilli, dove partecipiamo a diversi eventi a scopo benefico, intrattenendo i partecipanti a suon di rime”. Cos’è l’arte per lei? “La definirei l’espressione più estrema del nostro talento e la poesia la paragonerei ad un gioiello che fa ornamento chi la indossa. A me personalmente il dialetto mi appartiene in qualsiasi sua forma, sia poetica che teatrale”.























