Giuliano Amato,Presidente della Corte costituzionale (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
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“Cambiare la legge elettorale non basta a curare la debolezza delle democrazie, perché le sue radici sono nella società e non nelle istituzioni”. È la tesi che Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, ha esposto nella lectio magistralis tenuta ieri all’Università di Urbino, dove ha ricevuto il Sigillo di Ateneo. Ricordiamo in breve la sua carriera politica. È stato deputato dal 1983 al 1994 con il PSI, quindi – con L’Ulivo – senatore dal 2001 al 2006 e nuovamente deputato dal 2006 al 2008. Ha ricoperto le cariche di segretario del Consiglio dei ministri (nei governi Craxi I e Craxi II, 1983-1987), vicepresidente del Consiglio (1987-1988) e ministro del tesoro (1987-1989), presidente del Consiglio (governo Amato I, 1992-1993), presidente dell’AGCM (1994-1997), ministro per le riforme istituzionali (1998-1999), nuovamente ministro del tesoro (1999-2000) e presidente del Consiglio (governo Amato II, 2000-2001), infine ministro dell’interno (nel governo Prodi II, 2006-2008). “Quando la politica non riesce a uscire dalla sua crisi, ci dedichiamo tutti al cambiamento delle regole: – ha affermato – eleggiamo direttamente qualcuno, cambiamo la legge elettorale per garantire la stabilità di governo. Ho fatto per tutta la vita l’ingegnere delle istituzioni e non nego che questo possa dare un contributo. – ha ammesso – Ma il problema si risolverebbe a quel livello solo se le ragioni della fragilità della politica fossero interne al sistema istituzionale”. Amato ha citato il caso della Francia, a lungo modello di stabilità grazie al semipresidenzialismo e al doppio turno: “quando anche lì è arrivata la malattia della politica, neppure il sistema migliore l’ha fermata, al punto che oggi il Paese fatica a trovare una maggioranza sulla legge di bilancio”. “Rafforzare le istituzioni – ha concluso Amato – significa intervenire sui piani alti di un edificio le cui fondamenta stanno cedendo”.

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