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“L’enogastronomia e il vino – esordisce Giuseppe Cristini nato a Borgo Pace e residente a Mercatello sul Metauro – sono diventati per me una chiave per entrare dentro le comunità e raccontare le persone. Mi ha sempre affascinato mettere in evidenza l’impegno e il sacrificio che stanno dietro le belle cose”. Come è cominciato tutto questo? “È iniziato da una formazione tecnica con il diploma di perito chimico. Successivamente ho sentito il bisogno di completare la mia  formazione personale con qualcosa che permettesse di esprimere la mia curiosità verso le persone, il dialogo e il racconto, per cui mi sono laureato in Scienze della Comunicazione. Poi è arrivato il giornalismo con l’iscrizione all’Ordine, ma nel tempo il mio percorso si è arricchito di tante altre cose. Oggi  mi considero un sensorialista, narratore del tartufo e del territorio”. La passione per il vino e l’enogastronomia quando è arrivata? “Nasce dalla voglia di raccontare la bellezza e la realtà delle cose, perché dietro l’aroma di un vino vi è il vignaiolo, mentre dietro la bontà di un formaggio vi è il casaro, oppure dietro il profumo di un salume vi è il norcino, invece dietro il profumo del pane vi è il fornaio e dietro la fragranza dell’olio vi è il frantoio”.

Cosa significa essere consulente enogastronomico? “Vuol dire saper riconoscere il valore che esiste dentro un territorio e trasformarlo in un progetto capace di generare attenzione, bellezza e reputazione.  Essere gastronomico non significa limitarsi nel consigliare un vino, un ristorante o un prodotto, ma bisogna saper guardare ed ideare un’iniziativa, un evento, una sagra o una produzione locale e saperla trasformare in un qualcosa di grande. Per esempio potrebbe esserci una piccola realtà che possiede valori straordinari, ma che nessuno ha ancora trovato il modo di raccontarli. Il mio lavoro consiste nel cercare quella chiave e prendere quelle particolarità e costruire attorno ad esse un esperienza capace di emozionare e di essere riconosciuta anche fuori dai locali confini”.

Il tartufo è diventato una parte fondamentale della sua identità. Cosa significa conoscere questa preziosità sotterranea? “Spesso il tartufo rischia di essere raccontato solo come prodotto di lusso, invece è un profondo simbolo di cultura e di tradizione rurale, per questo amo definirmi narratore del tartufo. Non voglio spiegare solo cos’è il tartufo, ma voglio raccontare il mondo che vive attorno. Inoltre considero fondamentale avvicinarsi al tartufo con rispetto; rispetto per la natura, per il cercatore, per il cane, per il produttore, per il territorio e anche per il consumatore. Il tartufo non è soltanto ciò che troviamo nel piatto, ma la storia inizia molto prima. Conoscere un tartufo non significa riconoscerne il profumo, ma si esprime nel conoscere la zolla di terra dalla quale proviene, il bosco, la stagione, il clima, l’ambiente e la cultura che lo hanno generato. Inoltre vi è il rito della cavatura che è un unico sapere artigianale, che con rispetto tutela la natura e che si tramanda di generazione in generazione assieme al rapporto simbiotico tra il cercatore ed il suo cane addestrato”. Ha partecipato a gare di degustazioni e cosa significa farlo professionalmente? “Sì ho partecipato a tante gare e ne ho sostenute molte anche in Francia, che significa misurarsi nella patria storica della cultura del vino e confrontarsi con il livello più alto e severo al mondo nel settore enologico. La degustazione per prima cosa è un esercizio di rigore e rispetto. Quando si degusta alla cieca bisogna togliere il più possibile tutto ciò che può condizionare il giudizio, come il nome del produttore, l’etichetta, il prezzo e la fama del prodotto, per cui rimane solo il calice e bisogna avere la capacità di ascoltarlo attraverso i sensi. Nel corso degli anni ho imparato che la degustazione deve essere libera, pulita ed etica. Non bisogna andare in cerca della risposta che aspettiamo, ma bisogna cercare la risposta che ci da il vino e bisogna avere rispetto per quel calice, sapendo che dentro vi sono il lavoro di un vignaiolo, una terra ed una storia”. Quanto conta il legame con il territorio nel suo lavoro? “Tantissimo, io sono figlio di questa terra e credo che non si possa raccontare un prodotto senza raccontarne la provenienza. La zolla di terra per me non è una metafora, ma il punto da cui tutto parte. Un vino, un tartufo, un formaggio, un salame o un olio non sono solo prodotti commerciali, ma espressione del luogo. Ecco perché il mio lavoro si è spostato dal semplice racconto dell’enogastronomia a quello del territorio attraverso l’enogastronomia”.

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Ha scritto dei libri al riguardo? “Sì ho raccontato l’enogastronomia attraverso molte pubblicazioni, tra cui Una provincia da bere: guida ai vini e alle cantine della provincia di Pesaro e Urbino, Il viaggio di… Vino: dal grappolo al vino, Guida alle Botteghe Tipiche; gli ultimi artigiani del gusto, Il Tartufo: Dizionario Internazionale in cinque lingue. La pubblicazione più recente si intitola I 24 vini che hanno fatto la storia enologica delle Marche. Sono lavori diversi, ma tutti hanno lo stesso denominatore, cioè raccontare e dare valore. Per me scrivere significa salvare delle storie dall’oblio, perché un territorio non si impoverisce solo quando perde un prodotto, ma perde soprattutto quando si dimentica la memoria storica delle persone che hanno costruito quel prodotto”. Lei parla spesso di valore, ma cosa vuol dire, dare valore a un territorio? “Significa per prima cosa riconoscere il valore che già esiste in quel luogo. Le Marche non hanno bisogna di inventarsi un’identità, ma hanno bisogno di raccontare meglio quello che possiedono. Abbiamo paesaggi, borghi, vino, tartufo, olio, gastronomia, cultura, artigianato, imprenditori, artisti, professionisti e una straordinaria biodiversità, ma se questi valori non vengono raccontati, rischiano di rimanere invisibili”. È da quest’idea che è nata la trasmissione online Le Marche che meritano di più? “Esattamente. Questa trasmissione è nata dalla convinzione che questa regione debba assumere un ruolo strategico più forte. Voglio chiedermi che cosa possono diventare le Marche e soprattutto chi sono le persone che stanno costruendo questo futuro ? Voglio raccontare con amore ma anche con spirito critico quegli imprenditori, prodotti, territori, cultura, turismo, enogastronomia e persone che fanno qualcosa di importante, perché una terra che merita di più, significa anche avere il coraggio di chiedere di più”.

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