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di Anna Maria Polidori

Tra gli interventi di XS Cagli – ReWriters fest tenutosi lo scorso week-end ci hanno colpito gli interventi sul tema: Fake News e Teorie del complotto con Vauro, noto fumettista e Riccardo Canaletti, giornalista marchigiano e caporedattore di MOW. La discussione è stata moderata da Eugenia Romanelli. Cominciamo col dire che entrambi i personaggi ci hanno convinto: intelligenze brillanti che hanno acceso e interessato la platea. Vauro ha iniziato con lo spiegare  perché si sia dato ai fumetti. 71 anni, la colpa è stata della sua maestra. Non lo considerava granché: d’altra parte il piccino aveva riso durante la lettura de La Piccola Vedetta Lombarda, e solidarizzava con Franti: storie e personaggi di Cuore di Edmondo De Amicis. “Ricordate  La vedetta lombarda – chiede Vauro -.  Voleva salire su per vedere gli Austriaci e tutti a dirgli: ‘un ci salire che t’ammazzano, ‘un ci salire che t’ammazzano’. C’è salito e l’hanno ammazzato. Questa maestra pensava che l’unica attività che un cretino potesse fare fosse quella di disegnare. Ottenni anche la libertà dell’essere buttato fuori”.

Per combattere la disinformazione, intanto spiega Canaletti, l’ideale sarebbe il dialogo con chi più o meno coscientemente diffonde notizie false. “Ognuno di noi si forma delle convinzioni attraverso degli step. Scegliere le strutture e le istituzioni di cui potersi fidare è necessario se non altro per non credere a chi ti dice ad esempio che la terra è piatta. Chi generalmente diffonde notizie false è qualcuno che non crede negli scienziati, nei medici”.

Vauro parla del complottismo di cui è stato vittima.

“Le metto tutte in fila, non so se me le ricordo tutte: putiniano, pagato dai russi e dal Cremlino in rubli e vodka, filo-Hamas, antisemita e a volte omofobo. C’è un mainstream che ha sostituito totalmente l’informazione con la propaganda e con l’omissione, così da non dare notizie”.

Vauro si scaglia senza mezzi termini contro gli opinionisti.

“Ma scusate: chi c___o sono gli opinionisti? Una compagnia di giro. Cambi canale?  Trovi sempre quelli. Credo che ognuno abbia libertà di opinione senza che debba essere sancita da qualcuno che avalli la cosa. C’è l’opinionista di sinistra, quello moderato e quello di destra. Peccato che ci siano anche dei giornalisti. Sono un giornalista anch’io ma quando mi chiedono che mestiere faccio, dico: il gelataio, perché mi vergogno che un’informazione sia stata ridotta a questa melma, a questa ripetitività costante e continua. Se vedete i talk show fateci caso: non cambiano più manco le scenografie, o le luci. Mi diverto di più alla messa: ogni tanto c’è un prete che la canta diversa. Loro invece sono gli stessi preti, che la cantano uguale e non accendono manco una candela. Vi confesserò: non sono putiniano, non sono filo-Hamas, non sono antisemita, non sono neanche misogino o omofobo. Pensavo che la guerra fosse la cosa più orrenda della vita, poi si è aperto il vaso di Pandora del genocidio. In questo momento, la mancanza di informazione è omertà, perché l’omertà copre i crimini”.

Canaletti sulla complessità.

“Dobbiamo tornare a parlare di cose difficili e farlo in modo seducente. Nessuno lo fa: né i politici, né i giornalisti, che sono solo da una parte o dall’altra. E così non lo facciamo più manco noi. Quando penso a un’opinionista penso a Umberto Eco che era in grado di affrontare una complessità di argomenti. Il nostro è stato un giornalismo culturale, penso a Giorgio Bocca, Indro Montanelli. Abbiamo sostituito le opinioni del giornalista bypassandolo. Un esempio? Muore Giulia Cecchettin e due pagine di un quotidiano vengono lasciate all’opinione della sorella della vittima. Opinione intrisa di dolore, che va rispettata, ma… I direttori hanno paura di riempire quelle pagine: preferiscono lasciarle ad una parente stretta dell’uccisa che non far scrivere qualcosa ad un loro membro dello staff. Non possono e né vogliono affidare queste considerazioni ad un loro giornalista. Noi giornalisti dunque che cosa facciamo? Ci togliamo opinioni. Abbiamo giornali che hanno tanti non-giornalisti. Torniamo a esercitare la professione: chi va in guerra parla di guerra, chi va a teatro scrive di teatro”.

Vauro parla degli insulti che riceve sui social  e che preferisce non bannare.

“Mi gratificano. Cazzo, se suscito una reazione, a parte quelle dei BOT, allora vuol dire che ho fatto bene il mio lavoro: stimolare, suscitare con la vignetta, che parla un linguaggio politico ed emotivo, diretto, una capacità critica. Sono felice perché credo che l’antidoto a tutto quel che stiamo dicendo, è proprio la capacità critica di chi fruisce dell’informazione. Ho sempre pensato che anche la vignetta sia sintomo di informazione perché stimola la capacità critica di chi la vede. Si legge un articolo, un editoriale, la vignetta si vede. La forza che emana ti suscita una reazione emotiva. La capacità critica nasce dall’emotività. La politica non deve essere delegata ai talk show, ma alla vita attiva”.

Canaletti sui social.

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“Possono aiutare a fare informazioni, così come l’IA, che ha rischi ma tantissime potenzialità”.

Vauro sulle vignette: ” Non facciamo le rivoluzioni con la satira”.

Aspetti…E Charlie Hebdo? chiede Romanelli “Beh quel putiferio è stato scatenato dai terroristi non dai vignettisti”. Eugenia però insiste. “Sì però sono state uccise persone per via del potere della vignetta”.

“Erano state ripubblicate da un giornaletto filonazista e erano sì disegni, ma era il contenuto che li distingueva. Durante il fascismo ad esempio l’ebreo veniva disegnato con le treccine e il naso adunco: io a Zelenski ho fatto il naso adunco perché ce l’ha così. Al leader di Israele l’ho fatto a patata perché ce l’ha a quel modo. Quelle vignette erano propaganda fatta con le matite. Maometto con il turbante fatto a bomba è come l’ebreo ritratto durante il fascismo che insidia un bambino per un sacrificio di sangue. Avevo degli amici nella redazione di Charlie Hebdo. Lì c’è stata un’operazione bellicista. Poi sono intervenuti gli esecutori del massacro, fanatici islamisti. Del massacro non si è saputo più nulla. È diventato un vecchio 7 ottobre. Ci sono sempre stragi che delimitano un prima e un dopo”.

Canaletti sulla responsabilità dei lettori.

“I lettori dovrebbero sentirsi deresponsabilizzati dal dire quel che pensano. Il giornalista è un povero peccatore che può sbagliare ma non facciamo un mestiere più importante del panettiere, del gelataio. L’informazione per funzionare deve essere un elemento non investito da un potere taumaturgico. Non siamo il cane da guardia del potere. Non lo siamo mai stati. Fino all’800 la stampa veniva finanziata dallo Stato. Poi sono entrati i capitali economici di grandi gruppi e così hanno forzato l’informazione a scrivere quel che vogliono loro”.

Vauro: “M’è piaciuta questa metafora del panettiere! Ora parte della soluzione sarà aprire delle panetterie. Qui siamo già in una panetteria. Ci vediamo, ci annusiamo, non c’è alcun media, non c’è un talk show, non c’è il TG: ci siamo noi. Il pubblico viene deresponsabilizzato usando i media, la rete, l’algoritmo, che mette una distanza. Io ora sono un’opinionista. Voi usufruite di quel che vi dico.

Invece: le panetterie, in cui possiamo sentire l’odore del pane… queste servono a quel che dicevo: capacità critica, intelligenza! che ognuno di noi ha. Quindi,  se c’è un ruolo che il giornalista ha è quello di parlare grazie alla propria esperienza dei temi che conosce. Va beh, a volte ci sono anche i ruffiani, ma ci sono soprattutto giornalisti che parlano di fatti che sentono propri perché parte del proprio bagaglio di esperienza. Che cosa racconti, se non sai? Farcisci di niente la tua mancanza di esperienza. Apriamo più panetterie possibili!”.

 

 

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