DALL’ULTIMO NUMERO DI NON SOLO FLAMINIA OTTOBRE 2026
“Stregato dalla sua capacità di giocare sul palco. Era serio ma non serioso…”
di Anna Maria Polidori
“Avevo sempre avuto l’idea di guadagnarmi la vita creando e dentro di me, sin da piccino, avevo un demone, una spinta che mi faceva imitare le persone che entravano dentro casa, sia che fossero colleghi di mio padre, amici o familiari. Ironizzavo e mettevo in scena veri e propri show”. Matthias Martelli, attore, drammaturgo, scrittore urbinate “stregato” da Dario Fo, è reduce da una tournée che quest’anno lo ha portato in giro per il mondo, toccando Europa, Cina, Stati Uniti, Sud America, Africa e Australia, con Lu Santo Jullare Francesco di Dario Fo, prodotto dal Teatro Stabile di Torino, Teatro Nazionale e Teatro Stabile dell’Umbria. Martelli cura la regia e la riscrittura drammaturgica. “I miei scrivevano sempre. Così, già alle elementari, mi sono cimentato in quello che ho chiamato Il mio primo libro. Una storia sui dinosauri”. È bello essere stimolati così dalla famiglia. “Penso che l’esempio valga più delle parole”. Aveva imboccato un altro percorso di vita. “Mi sono laureato in Storia contemporanea a Bologna con la tesi Il concetto di famiglia tra Chiesa, Fascismo e Franchismo. Volevo fare il ricercatore ma era un ambito chiuso, difficile”, racconta Matthias. “Così la ragazza con cui stavo allora, per svagarmi, mi coinvolse in uno spettacolo con I commedianti di Urbino. Ero un trampoliere vestito da toro e altri personaggi. Ci esibimmo anche a Carini, in Sicilia. Al ritorno, in aereo, Federico, un mascheraio in gamba, tentò di tirarmi su il morale suggerendomi di studiare a Torino alla Performing Arts University di Philip Radice. E così feci. Nella scuola c’era mimo, l’improvvisazione. Dopo una settimana, capii che quella sarebbe stata la mia strada”. Ci spiega che cosa studiavate? “L’attore comunica utilizzando in modo pulito il suo corpo. Non viene trascurata la voce, no, ma una grande parte riveste la mimica e la gestualità”. Lei è legato a Dario Fo. “Ho avuto due tipi di incontro con lui: la prima volta a 10 anni, quando ho visto Mistero Buffo; il secondo, a 23 anni, grazie a un esame interno della scuola. Dovevamo trasformare la vita di un attore. Scelsi Dario Fo. Aveva 83 anni allora. Inviai una prima mail a cui nessuno rispose. Ci riprovai e stavolta andò bene. Mi chiesero il numero di telefono. Un giorno il premio Nobel mi chiama: ‘Pronto, sono Dario…’. Ci siamo visti e poi i Fo mi invitarono a Gubbio, presso la struttura di Jacopo, la Libera Università di Alcatraz. Passarono altri quattro anni prima che mettessi in scena Mistero Buffo. Nel mentre avevo scritto e portato a teatro Il Mercante di Monologhi”. Che cosa l’attirava di Dario Fo? “La capacità di giocare sul palco. Era serio ma non serioso. Il teatro come gioco rompe le ansie, sa. Questo tipo di spettacolo utilizza tutto il corpo; sfrutta completamente le tue capacità e il tuo essere e puoi dare libero sfogo all’ironia, così liberatoria!”. La tournée del 2026… “Ho conosciuto mondi e culture diverse e stupefacenti. New York, Parigi, la Cina, l’Australia… Tra l’altro, mi sono dilungato più tempo del previsto. Sto scrivendo un libro su quest’esperienza”. Come ha trovato il pubblico? “La mimica è universale, così come il grammelot, un linguaggio teatrale inventato. Più della metà delle rappresentazioni sono state standing ovation”. Ha dei luoghi del cuore? “Ho comprato casa a Montefabbri, a metà strada tra Urbino e Pesaro. Da casa mia si vede il mare. Sono stato fuori tanto, però Torino è un po’ casa mia. Il luogo dove sono nato professionalmente”. Ha hobby? “Tanti, che diventano lavoro. Nuoto e corsa, elementi fondamentali. Visito musei, leggo libri d’arte. Ho fatto uno spettacolo su Raffaello Sanzio e negli Eretici ho incluso svariati pittori. Inoltre suono, ma malissimo la chitarra (lo dice sottovoce). Mi piacerebbe ascoltare più musica, ma ho poco tempo”. Che genere le piace? “Spazio da Gioacchino Rossini ai Pink Floyd, però sono legato a Franco Battiato, Fabrizio De André, Francesco Guccini, Lucio Dalla. Quando l’arte ispira ha qualcosa in più e ti viene voglia di creare”. Adesso sta presentando la sua ultima fatica letteraria, Il giullare ribelle. Vita apocrifa di Dario Fo, edito da Baldini+Castoldi. Come sta andando? “Bene! Faccio tante presentazioni in giro per l’Italia”. Una sua riflessione sui Paesi che ha visitato? “Conosciamo veramente poco il mondo là fuori. Solo andandoci possiamo scorgerne caratteristiche e ombre: i paesaggi del Sud e Nord America e quelli australiani riempiono di tutto. Visitando questi Paesi diventi relativista. Non siamo il centro del mondo e ci sono culture che dobbiamo rispettare. Creda, viaggiare è un ottimo antidoto contro razzismo e suprematismo”. Come scarica lo stress? “L’ironia va applicata soprattutto a noi stessi, così le esibizioni diventano meno importanti. Quello che voglio fare è far emergere la gioia e il piacere di rappresentare lo spettacolo, l’occasione di esprimere me stesso”.























