di Dino Sabatini

“Noi medici stati lasciati in prima linea a fronteggiare una emergenza senza dispositivi di sicurezza per tutti, mentre le strutture ospedaliere esistenti non erano in grado a soddisfare il bisogno di tutti per l’alta affluenza di contagiati nel breve periodo”
“Va subito chiarito – argomenta il dottor Giovanni Del Gaiso -, che questa infezione Covid-19 è pericolosa per l’alto contagio, ma procura lievi sintomi all’80% delle persone, mentre per il 95% la guarigione avviene senza complicanze. È stata dichiarata come pandemia letale perché ha colto impreparata la macchina organizzativa. Noi medici siamo stati lasciati in prima linea a fronteggiare una emergenza senza dispositivi di sicurezza per tutti, mentre le strutture ospedaliere esistenti non erano in grado a soddisfare il bisogno di tutti per l’alta affluenza di contagiati nel breve periodo. Non ci impressioni l’elevato numero di morti nelle Marche, perché la maggior parte è costituita da ultraottantenni con patologie pregresse, che avrebbe colpito ugualmente, però in tempi non così ravvicinati. Inoltre lo scarso numero del personale ospedaliero ha costretto medici e infermieri a turni massacranti ed encomiabile è stato il loro supporto”.
Comunque qualcosa non ha funzionato? “Il problema viene da lontano e rimarrà tale se non si cambierà sistema sanitario. Quest’epidemia ha evidenziato tutta la fragilità in cui è stato ridotto il servizio sanitario italiano, che era tra i migliori in assoluto. Negli ultimi 30 anni a forza di tagli, chiusura di ospedali, diminuzione di posti letto, distrazioni di risorse dalla sanità pubblica a quella privata, sprechi, ruberie, blocco dei turnover, mancate assunzioni di medici ed infermieri, mancanza di fondi per la formazione di medicina generale e specializzandi, hanno stremato il servizio sanitario italiano. Quale contributo oggi arreca a questa emergenza la tanta declamata sanità privata? Oggi paghiamo scelte scriteriate di una classe dirigente poco lungimirante che hanno reso minacciosa una virosi sostanzialmente poco letale”.
Ma certi limiti sono stati imposti dall’Europa? “Tutto è iniziato con il trattato di Mastricht che ha imposto all’Italia la riduzione della spesa pubblica colpendo per vent’anni il SSN. Se prendiamo la media UE dei posti letto in ospedale è del 5% su ogni 1000 abitante e mentre la Germania manteneva il suo 8%, la Bulgaria 7,5%, l’Austria 7,4 % e così via, l’Italia li ha ridotti al 3% con punte minime dell’1,95 come in Calabria. Inoltre i dati dicono anche che l’Italia ha soli 5600 posti per la rianimazioni contro i 28.000 posti della Germania ed i 20.000 della Francia”.
Allora c’abbiamo messo del nostro? “Sicuramente il colpo di grazia è arrivato con la modifica del titolo V della Costituzione, affidando alle Regioni il potere di legiferare autonomamente, creando così 21 sanità diverse fra loro. Il modello dell’aziendalizzazione della salute si è dimostrato un fallimento. Che fine ha fatto la legge Balduzzi, che prima di chiudere gli ospedali obbligava le Regioni ad organizzare le unità complesse di cura territoriale? Il coronavirus passerà, ma speriamo che insegni qualcosa: il servizio sanitario deve essere pubblico ed uguale per tutti da nord a sud, no al finanziamento alla sanità privata che toglie risorse al servizio pubblico, no alla chiusura degli ospedali, no alla riduzione del personale medico ed infermieristico, no alla politica ostile al medico, che toglie attenzione ai bisogni delle cure, no ad una sanità governata per decreti, che è lontana alle necessità di chi soffre”.
Cosa dovrebbe cambiare dopo questa vicenda? “Due cose sono emerse: riportare la sanità pubblica a livelli di eccellenza e rispettare la professionalità del medico, che obbedisce al codice deontologico e non a quello civile e penale”.






















