DALL’ULTIMO NUMERO DI NON SOLO FLAMINIA AGOSTO 2022
di Anna Maria Polidori
Enormi soddisfazioni su palcoscenici leggendari: il Teatro dell’Opera, la Scala, la Fenice, Parigi, Vienna…
Erika Rombaldoni, danzatrice e coreografa che con il suo lavoro gira il mondo, è nata a Cagli. Tra mille impegni, l’abbiamo raggiunta per un’intervista. Quando ha cominciato a danzare? “A tre anni nella scuola di Carla Siciliotti. Adoravo la maestra. Mia mamma racconta che dopo il primo saggio di fine anno le dissi ‘Voglio diventare ballerina’; da allora la danza è stata una vera e propria ragione di vita”. Dove ha continuato a perfezionarsi? “Cannes, Roma, prima ancora Pesaro: ho fatto lo scientifico a Pergola. Alle 7.20 prima corriera per andare a scuola, uscivo, senza pranzare seconda corriera fino a Pesaro con una borsa carica di scarpette, libri, dizionari. Lì facevo i compiti per il giorno dopo, le versioni di latino, le analisi di algebra, le traduzioni di francese. Tre ore di lezione di danza, poi terza corriera e ritorno a Cagli. Ancora studio in corriera, dopo cena stretching e via a dormire”. Adolescenza impegnata, Erika consegue la laurea in Lingue e Letterature Straniere a Urbino cominciando a lavorare nel settore. Le audizioni: “Pochi sì e diversi no, indipendenti da talento e bravura: ora sei troppo giovane, ora troppo alta, ora troppo bassa, ora sei troppo ballerina classica, ora troppo contemporanea”. A certi “no”, sono però seguite enormi soddisfazioni. “A 12 anni al Teatro dell’Opera di Roma mi dissero che non avrei mai fatto la ballerina. La settimana scorsa ho terminato il mio terzo contratto da coreografa per il Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera! Un ‘no’ lo presi anche alla Scala ma a dicembre ero su quel palcoscenico, in mondovisione e con le coreografie di un vero mito: Daniel Ezralow”. Ha collaborato con Cocciante. “Giulietta e Romeo, coreografie di Micha Van Hoecke. Beh, Riccardo adora il nostro mestiere: era con noi in sala prove ogni giorno, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene”. Come è nato l’amore per la coreografia? Che cosa non deve mai mancare? “È stata per me la naturale evoluzione del mio mestiere. Una coreografia deve essere inerente alla regia in cui si inserisce. Il mio gusto, la mia estetica e sensibilità devono mettersi al servizio di un progetto comune. Ed è prioritaria per me l’emozione, sempre”.
Che responsabilità sente con i ballerini? “Sono e sarò sempre prima di tutto una danzatrice per cui anche da coreografa ho grande rispetto nei loro confronti. Educati sin da piccoli a una grandissima disciplina, i danzatori sono tra i più ardui critici di se stessi, per questo vanno incoraggiati, supportati, protetti”. Il Cirque du Soleil? “In tre giorni a Vienna ci è stato chiesto di tutto: classica, moderna, contemporanea, punte, acrobatica, improvvisazione, passo a due. Centottanta persone venute da tutto il mondo, siamo state scelte in cinque”. Una soddisfazione enorme che arrivava dopo otto mesi di fermo a causa di un brutto infortunio. Durante la pandemia, cancellati i contratti a Chicago, Losanna, Parigi, Erika decide di lasciare Milano per Cagli permettendole di sviluppare nuove collaborazioni come quella con lo Sferisterio di Macerata che le commissiona e produce il suo spettacolo Amami, ispirato alla Traviata di Verdi. “È l’opera dove ho danzato di più con oltre 300 repliche. Per questo lavoro il Macerata Opera Festival mi ha dato grande fiducia: stare su quel palcoscenico da sola, un’immensa commozione”. A Breslavia subito dopo l’estate, la sua prima regia con la celebre orchestra Il Giardino Armonico, per un’opera del 1600 il cui librettista Agostino Manni, è cantianese. Come trascorre il tempo libero? “Quando sono nelle Marche, con belle passeggiate sui nostri monti e qualche bagno in estate nei nostri fiumi”. Quale città le piace di più al mondo? “Parigi la cui bellezza mi sorprende sempre, il luogo dove ho più amici e ho lavorato più spesso. Sono molto legata anche a Roma e Venezia, il teatro La Fenice per molti anni è stata una seconda casa”. Cosa ama nelle persone? Cosa direbbe a potenziali futuri ballerini? “L’onestà intellettuale e un’intelligenza emotiva che induca a sensibilità e delicatezza che guidino pensieri e azioni affinché si resti aperti, in ascolto, ricettivi, promuovendo una continua crescita emotiva e intellettiva. Rimanendo lucidi e consapevoli dei propri limiti, non fatevi abbattere dai no, che prima o poi, se il talento c’è, con lo studio e la dedizione il grande ‘sì’ arriva”.





















