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di Anna Maria Polidori

Era il 5 novembre 1936 quando, a Serramaggio, località cantianese, venne sterminata brutalmente la famiglia Rossi. Francesco, il capofamiglia, la moglie Filomena e la figlia Maria finirono la loro esistenza uccisi da colpi di ascia. La casa, isolata, era a Casale, in contrada Sodelli. Chi agì, lo fece senza essere disturbato. I Rossi erano apparentemente senza pecche. Imprenditori agricoli, godevano di un’ottima reputazione ed erano benvoluti dai vicini. I corpi vennero rinvenuti solo dopo due giorni dal fattaccio da una bambina di 10 anni, Anita Prosciutti che si era recata da loro per restituire beni alimentari. Gli omicidi erano stati compiuti in rapida successione, senza sbavamenti di sorta e con ferocia inenarrabile.

Anni fa Marco Milli ci scrisse un libro: “Il Galletto e Serramaggio”.  L’uscita di questa ricostruzione storica aveva causato, come comprensibile, un nuovo dibattito. Il “Galletto” che poi sarebbe stato rinchiuso in galera per questo reato era conosciuto in tante zone. Noi avevamo sentito Angelo Polidori, classe 1926, che viveva a Morena. Ci disse queste parole: “Povero Galletto, che finaccia gli hanno fatto fare! L’avevo conosciuto, penso di aver avuto 7 anni a quel tempo. Un uomo del tutto pacifico. Portava l’erba da fumare, il tabacco. Era un individuo che non sarebbe stato capace di uccidere una mosca”. Eppure, a Isidoro Savini vennero dati 30 anni di reclusione e 15.850 lire di multa. A pena conclusa sarebbe poi stato portato in una casa di cura per non meno di tre anni per poi passare alla libertà vigilata per altri tre. Morì in galera a 75 anni. Non era stato lui.

Pare che ad agire fosse stato un commando di tre persone e uno dei killer, l’ultimo dei sopravvissuti, abbia confessato tutto sul letto di morte, sebbene la cosa sia tuttora avvolta nel più stretto riserbo. Partendo dall’importante fonte documentale del libro di Milli e dalle testimonianze rese all’epoca, abbiamo sentito Lucia Bianchi del T.A.M. Teatro Alte Marche. Lucia ha curato aspetto documentale, sceneggiatura e regia di questo fattaccio che andrà in scena domani sera alle 21.30 al chiostro di Sant’Agostino e che si intitola: La Strage di Serramaggio. Gli altri interpreti sono Francesco Brunori e Giacomo Tarsi.

Lucia Bianchi: “È stata confezionata una verità che facesse comodo a tante persone”. Come vi è nata l’idea? “Ci pensavamo. Da noi la storia è talmente tanto stata vissuta che è addirittura passata come espressione nel dire comune. Un ‘serramaggio’ è un pandemonio. L’assessore alla cultura Natalia Grilli ha dato un’accelerazione significativa a questa nostra idea germinale”. Una storia complessa. “Sì e che coinvolge due regioni: l’Umbria e le Marche, perché Serramaggio si trova nella parte marchigiana di Burano. Vennero arrestate otto persone per questo delitto, poi tutte rilasciate dopo alcuni mesi di detenzione”. L’unico a pagare fu il “Galletto”. “Eh già. Il perfetto capro espiatorio. La persona più adatta da incriminare”. Questa storia cambiò le esistenze delle persone. “Crebbe la diffidenza, c’era un clima di sospetto generalizzato”. Definiamo la figura del Galletto. Come si presentava in società? “Era un tipo da additare facilmente perché eccentrico. Una volte entrò in una chiesa, si finse prete per  parlare con qualcuno. Aveva una reputazione di molestatore di ragazze sebbene pare che non fosse così, ed era principalmente malvisto perché, con il suo tascapane spacciava il tabacco. Fecero circolare la voce che fosse in grado di compiere ogni reato possibile, che sapesse manipolare l’ascia molto bene. Gli stessi familiari non lo aiutarono per niente! Anzi. Isidoro aveva cinque sorelle e un fratello. Alcuni di loro non ne parlavano bene a causa dello spaccio di tabacco”. Chi è stato il primo a fare il suo nome“Un Bei e così dietro, tutti quanti a confermare che lo avevano visto in zona. Si chiama: paura del campo minato. Avevano tutti timore di essere accusati…”. Isidoro era solito chiedere ospitalità per la notte ed era costume accogliere i viandanti. “Sì, andava di casa in casa e spesse volte veniva fatto dormire nelle stalle, sulla paglia o nelle abitazioni”. Era stato anche dai Rossi. “Sì, e in sede processuale il Galletto confermò che aveva dormito da loro e che erano stati molto ospitali. Gli era dispiaciuto molto che fossero stati uccisi così, ma ribadì che lui non c’entrava niente. Purtroppo, poi, ci fu quella frase infelice che venne rilanciata su Maria, la primogenita dei Rossi l’unica delle tre figlie non ancora ammogliata. Pare che Isidoro disse al Rossi: mi piacerebbe sposare Maria. Questa affermazione divenne una prova ulteriore della sua colpevolezza”. Quel delitto in realtà non fu compiuto manco a scopo di rapina. “Era stato portato via qualcosa, però nella camera del Rossi vennero rinvenute 1000 lire e c’erano 4.000 lire di cambiali”. Il Galletto poteva aver preso dei soldi? “Macché. Lo ritrovarono con 86 lire nel tascapane, il frutto della vendita del tabacco. In galera continuava a ripetere che rivoleva indietro almeno quei soldi!”. Come era messa la zona di Casale a quel tempo? “C’erano alcune abitazioni tra cui quella della famiglia Baldeschi, gente benestante che dava lavoro ai contadini vicini e poi c’era questa casa al termine della strada”. Che fine ha fatto? “È andata giù. Non è stata più abitata e non so manco se ci si possa più arrivare. Ci sono ancora le quattro mura e, leggenda vuole che continui ad essere visibile il sangue dei Rossi sulle pareti. Nello spettacolo daremo voce anche a quanto disse una delle figlie di Rossi allora in sede processuale”. Progetti futuri su questa storia? “Pensiamo a un docu-film”.

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