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iliad kena Tim elettrodomestici elettronici a Cagli
di Anna Maria Polidori 

Sono cominciati i lavori del concorso di danza: La Trama dei Corpi giunto alla sedicesima edizione e voluto da Benilde Marini  in collaborazione con Bernad Shehu. Numeri importanti. Sono presenti 40 scuole di danza e 511 danzatori, che, assieme alle loro famiglie, sono giunti a Cagli per inseguire un progetto di vita. Un altro successo per chi, come Benilde Marini fa delle passioni una sua filosofia di vita. Ha scritto una volta Benilde: “Una vita senza passioni non è vita. Il mio strumento per realizzare tutto ciò è l’arte, perché l’arte ci dà speranza, ci fa sognare, ci fa guardare oltre i limiti: l’arte muove la coscienza, ingentilisce, ci fa crescere e migliorare, ed è un mezzo universale per parlare e soprattutto per ascoltare. L’arte ci proietta in un altrove dove grazie alla creatività le idee diventano possibili”. Nel foyer del teatro, è stato allestito uno spazio tutto dedicato al negozio l’Etoile di Pesaro, che vende articoli per la danza. Intanto la giuria, quest’anno composta da Simone Lolli, Cristina Saso, Michele Vegis,  Luna Ronchi, Philippe Kratz si è già riunita dalle 15:30 di ieri per osservare i danzatori delle varie categorie senior e continuerà per tutta la giornata di oggi anche con i più piccoli. Tra i giurati abbiamo sentito Michele Vegis, ex ballerino della Scala.

“Non è la prima volta che vengo a Cagli” attacca a dire. “Ci ero già stato anni fa sempre per la stessa ragione”. Michele racconta che a 12 anni, incuriosito dalla sorella che studiava balletto, ha voluto provare. E questa è diventata la sua professione. “Eh, sì. Pensi che a 18 anni insegnavo di già prima ancora di essere un ballerino professionista. Non ho mai abitato a Milano. Sono sempre tornato al Lago d’Iseo”. Lei si è perfezionato a Londra. Che differenze ci sono con l’Italia? “Lo stile: è più brillante del nostro. La danza è un linguaggio universale pressocché identico, ma la cultura di ciascun Paese ne determina uno specifico. Una differenza sostanziale che noto con l’Italia è che da noi ancora il balletto ha un carattere elitario mentre in Inghilterra c’è molta più democrazia. Trovi tranquillamente la signora che, con una tote bag colma di spesa si ferma per comperare un biglietto e andare a teatro”.

Come potremmo cambiare questo stato di cose? “Se non trattiamo la cultura come pane quotidiano la gente non si abitua. Penso ai giovani. Vanno indirizzati. Nonostante  adesso viviamo in un frangente in cui la possibilità di scelta non c’è, le dico che nonostante tutto siamo fortunati: insegniamo e trasmettiamo rispetto, arte, educazione. E sono il primo a dare opportunità”.

Solidi principi. Mi scappa detto che la danza è uno sport e Michele chiarisce.

“No, il nostro non è uno sport, è arte. È vero che siamo accorpati con lo sport. Peccato però che non godiamo affatto dei benefici economici che hanno gli sportivi. Rifletta: se fosse uno sport costerebbe molto, molto di meno. Osservi: un calciatore spende molto meno di un ballerino per prepararsi. Le altre categoria hanno sovvenzioni che noi non abbiamo. Uno sportivo ad altissimo livello in genere fa parte delle forze armate. Possono allenarsi così con  tranquillità e serenità. Noi no: nella danza non c’è tutto questo”.

Parliamo della Germania dove ci sono teatri ovunque. “Anche da noi è così. Ed ovunque ci potrebbe essere un’orchestra, un coro ed un corpo di ballo. Invece, sappiamo come vanno le cose; spesso i nostri talenti sono costretti ad espatriare”.

Lei ha lavorato all’Arena di Verona. “Ci sono stato molto bene. Ero come a casa”.

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Poi è passato alla Scala. “Sì. Lì è stato un po’ più difficile ingranare. Il livello di talento richiesto alla Scala è altissimo. Però che bello! Quegli anni abbiamo fatto tante tournee in giro per il mondo”. Lei ha messo pure un piede nella coreografia. “Sì , ma non è un settore che ho sviluppato”. Quale balletto le piacerebbe mettere in scena se potesse? “Musiche, tante musiche che ancora non sono state utilizzate per il ballo”.

Quali balletti le piacciono di più? “Balanchine. Tutto quello che ha creato lui. I miei preferiti sono Lo Schiaccianoci, Il Lago dei Cigni, Raymonda”. Pensa che si potrebbe fare molto di più per i danzatori e per contrastare il precariato? “Certo. CI sono persone, enti ed istituzioni che potrebbero farlo”. Un ballerino precario è una tragedia… “Se lavori tre mesi e poi hai due mesi di disoccupazione è molto difficile.  Se hai la fortuna di avere una scuola di danza dove allenarti, bene, in caso opposto sono problemi. È necessario restare allenati ogni giorno”.

La Germania ritorna nel discorso. Perché, da noi, inutile nasconderlo, la danza è molto cara. “Sì, e vale lo stesso per l’Inghilterra. Però in Germania, ad esempio no. Le maggiori scuole di balletto tedesche sono interamente finanziate dallo Stato e quindi gratuite per gli studenti, che pagheranno solo delle tasse, credo per un ammontare di 300 euro all’anno, una quota che tutti possono versare. Ho avuto un allievo che non aveva mezzi materiali per poter studiare danza, così l’ho inviato in Germania ed adesso fa parte dell’Australian Ballet. Ecco un esempio di un giovane che, viceversa, se non avesse conosciuto questa possibilità non avrebbe potuto proseguire”.

I talent.

“Credo che per i cantanti siano cosa buona, ma che per i ballerini il percorso debba essere differente. Rammenta per caso qualche nome di qualche ballerino uscito da un talent? Appunto. Ben pochi”. Come è finito nell’organizzazione di Ondance e Roberto Bolle & Friends? “Mi hanno chiesto di fare parte dell’organizzazione e poi anche del Roberto Bolle & Friends”. Com’è Roberto Bolle? “Una persona molto carina”. Qualcosa che vuol sottolineare? “La danza al di là di tutto dona tanti valori. il nostro compito è quello di far appassionare i ragazzi e dargli opportunità. Io lo faccio sempre”.

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