L’abbandono di un patrimonio librario di 15 mila volumi che costituiva la biblioteca di “un filosofo innamorato dei libri” come Livio Sichirollo – intellettuale raffinato, studioso della filosofia greca reinterpretata dall’apporto delle scienze sociali e della linguistica-, è un segnale gravissimo per l’immagine culturale della città, a conferma della inadeguatezza della classe politica che l’amministra .
Un sindaco sfuggente ed evanescente e un assessore che dimostra di non conoscere affatto il problema e che si trincera dietro la Data, ben sapendo che non se ne conosce ancora la destinazione d’uso in assenza di un concorso internazionale che decida, qui e ora, il suo riutilizzo. Va da sé che il progetto della Biblioteca comunale nella Data debba rientrare nel progetto complessivo del manufatto.
I libri, chiusi in casse e ospitati in un locale, tra l’altro a spese dei familiari, dovrebbero far parte della Biblioteca comunale Ubaldini, una biblioteca fantasma, chiusa di fatto dal 2020, dotata di spazi asfittici e così importante da essere ignorata dall’Istituto centrale per il catalogo unico (ICCU), e quindi anche dall’OPAC SBN, e dalla anagrafe delle biblioteche italiane (ABI).
Rinvio lo studioso e l’uomo Sichirollo a quanto scritto dai suoi allievi e amici più cari come Marco Filoni, Gian Mario Cazzaniga e soprattutto Dino Formaggio che ricorda come fino all’ultimo Livio offrisse libri agli amici “prima che un incipiente aprile (…) gli passasse accanto per portarselo via”.
Chi scrive, nelle poche occasioni in cui l’ha incontrato ha ricevuto il regalo di libri di cui illustrava anche i più minuti aspetti tipografici. Si tratta di tre saggi di Ernst Bloch Sul progresso e di Aristotelica di Eric Weil entrambi da lui curati nel 1990 per la Guerini e Associati, parte della Collana “Concordanze”.
Qui assessore Ottaviani c’è bisogno di fatti: sollevi la famiglia dall’onere della conservazione della biblioteca e trovi quanto prima una sistemazione, sebbene provvisoria, che possa garantirne la conservazione e la fruizione in attesa di una collocazione più idonea e definitiva. Perché le chiacchiere stanno a zero.
Ermanno Torrico






















