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Tra il 27 e il 28 agosto 1944 i partigiani del Distaccamento GAP di Schieti, precedendo le truppe del V Corpo britannico e del Corpo Italiano di Liberazione (CIL), liberarono Urbino dall’incubo dell’occupazione tedesca e dalle crudeli rappresaglie dei repubblichini contro i civili.

Ma qual era la città che si presentò ai liberatori? Passati i primi momenti di entusiasmo e di vera propria gioia collettiva, ci si rese conto che sebbene la città non avesse subìto danni rilevanti ed evitato bombardamenti e gravi distruzioni, la guerra tuttavia continuava con il fronte bloccato sulla vicina linea Gotica che faceva di Urbino un’immediata retrovia del fronte. Insomma la guerra continuava e molti erano i problemi – dalla penuria dei generi alimentari al funzionamento degli apparati amministrativi e ai rapporti con gli Alleati. Preoccupante era lo stato delle strade e soprattutto l’isolamento ferroviario provocato dalla interruzione delle fondamentali tratte che collegavano Urbino a Fano e Pesaro e, attraverso Fabriano, alla Valle del Tevere e Roma.

Altrettanto grave era il problema abitativo. Dopo l’ordine di sfollamento del 3 gennaio 1944 che interessava Pesaro, terminale orientale della linea Gotica, più di 30 mila persone furono assorbite dai comuni dell’entroterra. Di questi Urbino ne accolse 8.300 e quindi la popolazione residente era salita a 31.700 abitanti di cui, secondo il fabbisogno registrato nel 1942, più di 7mila abitavano all’interno del centro storico. Fortunatamente il territorio comunale è molto vasto e circa i due terzi della popolazione risiedeva nelle frazioni. E tuttavia era difficile ospitare tutti gli sfollati considerato anche che tutto il personale e relative famiglie dei maggiori uffici della Provincia erano stati trasferiti in città.

Non meno gravi, ancora dopo alcuni mesi, erano l’insufficienza di acqua potabile e di medicinali per contrastare le malattie infettive (si segnalano ben 295 casi di scabbia e 50 di influenza) e l’agricoltura a causa delle distruzioni e delle requisizioni faticava a riprendersi.

Sul versante politico i partigiani si collegarono immediatamente al Cln e al suo presidente Giovanni Fanelli e si installarono al pianoterra del Collegio Raffaello in attesa delle truppe alleate che nella serata del 28 agosto avevano iniziato a raggiungere Urbino. Ad Adler Annibali, il comandante del Distaccamento GAP di Schieti venne affidato il comando della piazza per predisporre un servizio di polizia che tenne per circa un mese. Gli furono consegnate le chiavi del carcere e una lista di fascisti da arrestare. I partigiani furono organizzati in squadre e in tre giorni catturarono una decina di militari tedeschi e 78 fascisti nascosti nei posti più impensati persino nelle tombe del cimitero di S. Bernardino.

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Malgrado il lungo elenco di violenze e sopraffazioni subite nel corso del ventennio le ritorsioni, nell’arco di tempo che corre dalla Liberazione alla fine del 1946, furono molto poche e di esse nella memoria popolare non rimane quasi traccia se non il dolore e la collera, consumati nell’immediato, senza conseguenze serie a carico di fascisti, delatori e collaborazionisti. E quando Annibali protestò con il Governatore militare alleato perché aveva inviato i fascisti in campi di detenzione lontani dalla città mentre si voleva che fossero giudicati sul posto davanti alla popolazione, il prof. Antonino Curri che faceva da interprete così tradusse la risposta del Governatore: «I primi ad entrare a Urbino siete stati voi e voi eravate i padroni della città dopo l’abbandono dei tedeschi. Se al nostro arrivo  c’erano venti o trenta fascisti fucilati, sarebbe stato normale, ma adesso ci siamo noi e noi decidiamo in merito».

Ma di tutti gli anni  della guerra il 1944 è stato senza dubbio per Urbino l’anno più terribile. La Liberazione fu preceduta dallo stillicidio di ferocia e di crudeltà che ebbe per protagonisti i militi fascisti del battaglione “Camilluccia” della Legione “Tagliamento”, addestrati per i rastrellamenti, di stanza a Urbino dai primi  di giugno, che avevano posto il comando a Villa Sabbatini nell’attuale viale Rosselli  che  dal “Monte” conduce alle Vigne.  Proprio qui, a due passi dal centro della città, tra il giugno e il luglio del 1944 furono trucidati per rappresaglia dai militi della “Camilluccia” dieci persone tra cui  tre partigiani e sette civili.

Le Vigne, dunque, possono essere considerate, a buon diritto, il luogo del dolore della nostra comunità, un luogo simbolo della crudeltà e della ferocia del fascismo repubblichino e della sua “guerra ai civili”. Crudeltà e ferocia che si accentuarono con la consapevolezza della prossima fine. Abbiamo più volte sottolineato con forza – e lo ribadiamo ancora oggi – che quel luogo, non a caso nel 1976 intitolato dall’Amministrazione comunale, in occasione del Trentennale della Repubblica, “Parco della Resistenza”, è un simbolo identitario per la comunità urbinate e come tale richiederebbe maggiore attenzione a iniziare dalla intestazione del “Parco”, ormai illeggibile, mentre i due cippi che ricordano le vittime avrebbero bisogno di un radicale restauro. Lo si deve alle vittime, alla memoria del loro sacrificio e al rispetto per il luogo.

Ermanno Torrico
(Presidente dell’Istituto  per la Storia
del Movimento di Liberazione “E. Cappellini” di Urbino)

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