di Massimo Ceresani
Qualche anno fa composi un articolo/lamentela sui fondi ciclabili delle nostre strade. Poco è cambiato nel frattempo, anche se una lode va estesa al comune di Pesaro per aver raggiunto i suoi 110 km di ciclabili. Resta naturale comunque quel dubbio del titolo, giacché quasi tutte le strade della provincia e del comune fanese sembrano manutentate solo in funzione delle quattro ruote. Considerato che il territorio fanese continua a soffrire per la mancanza di piste ciclopedonabili (che possano definirsi tali) e di un piano generale da attuare almeno per stralci, si auspicherebbe che almeno la manutenzione dei bordi-strade e dei tratti di pavé fosse minimamente adeguata. Le strade presentano pericolose carenze soprattutto sui loro bordi.
Per esperienza diretta espongo esempi pratici: poiché i ciclisti devono usare il lembo destro della carreggiata, come dovranno comportarsi in caso di improvvisi ammanchi di asfalto o di selciato, di increspature, ondulazioni, buche e rattoppi in rilievo? Quasi mai virano a destra verso lo sterrato, ma istintivamente verso il centro-strada; e se nel frattempo sopraggiungesse un qualsiasi quattro ruote? Rendo il concetto del pericolo e del “pronto soccorso” per una mobilità facilmente commutabile da “dolce” in amara? Gli pneumatici delle auto possono anche digerire certe irregolarità dei fondi stradali, ma i tanti ciclisti (pur tacciati spesso da ineducati, per il far west da cui finora provengono per mancanza di piste dedicate) rischiano continuamente incolumità e vita. A quel punto occorre riflettere sui costi sociali: quelli socio-sanitari che potrebbero sopravanzare quelli per le normali manutenzioni di strade.
Qui viene reiterato il mio (da ciclista assiduo) “J’accuse!” per una diversa e costante cura soprattutto dei bordi-strade colpevolmente ancora pietosi e confliggenti col sempre promesso progetto di sviluppare in tutto l’ambito provinciale un remunerativo turismo ciclistico. Opportunità che la vicina Romagna ha fatto sua da tempo. In attesa della nostra futuribile, auspicabile, ma ondivaga “ciclovia del Metauro” (che vorrebbe scorrere adiacente alla ex ferrovia), avremmo già a disposizione cicloturistica la negletta via Flaminia, purtroppo in certi tratti con manutenzione avvilente anche per i residenti. Le appetibili destinazioni per i cicloturisti sarebbero: Fossombrone, Furlo, Acqualagna, Cagli, Gubbio, Urbino, Urbania, Montefeltro, monti Catria, Petrano, Nerone e Cucco; un tesoro di immagini e ambienti. Ogni tanto si notano stitici, sparuti e limitati contentini di interventi, ma la visione generale del sistema viario, soprattutto fanese, resta desolante con buche e i dissesti che regnano e perseguitano soprattutto i ciclisti e ciclomotoristi. E allora? Occorre reiterare un maggior stanziamento di fondi al capitolo manutenzioni stradale. Un occhio anche alla metodologia degli interventi riparatori; per esempio le toppe catramate sulle buche vanno eseguite in maniera differenziata: a bordo strada più livellate (giacché nel tempo il peso delle bici non riuscirà a schiacciare quello spessore), mentre a centro carreggiata vanno bene anche le bugnature in rilievo, gradualmente livellate poi dal peso degli autoveicoli. Nelle nostre città di pianura è sempre più massiccio l’uso di mobilità ciclistica, ma siamo ancora lontani dagli esempi virtuosi (anche per educazione stradale) del nord Europa, di Svizzera, Austria, Germania. Speriamo che nel tempo il miglioramento delle strutture (soprattutto ragnatele ciclabili) possa superare il nostro attuale gap. Perché non provvedere per tempo a livello amministrativo, dopo decenni di disperazione, di incidenti, di reclami e di speranze? Perché infine finire con eclatanti manifestazioni in strada di ciclisti illusi, mai assecondati e troppo spesso traditi?






















