Dopo oltre 23.000 decessi in Italia, di cui più di 800 nelle Marche, già si parla di riapertura delle attività lavorative, sollecitata in qualche caso anche dalla politica. Chiediamo l’opinione di Fernanda Marotti, attiva da anni nei comitati per la difesa della sanità pubblica. Va di moda lo slogan che se non moriamo di coronavirus moriremo di fame, lei cosa ne pensa? Penso che sia comprensibile che aziende, attività produttive e cittadini attendano le riaperture ma trovo inaccettabile qualsiasi discorso che alluda ad una scelta tra lavoro e salute.
Quando sarà possibile riprendere le normali attività lavorative? Quando saremo veramente pronti alla fase 2. Per riaprire in sicurezza servono test diffusi, mascherine e altri dispositivi di protezione individuale, spazi adeguati e soprattutto personale formato per tracciare i possibili focolai, isolarli e garantire le eventuali cure domiciliari. Quindi secondo me il vero rischio è che la politica regionale scriva regole e protocolli che poi nella realtà si rivelano inapplicabili perché mancano le risorse.
A cosa si riferisce? Ad esempio al Piano sanitario dove si legge di infermieri di famiglia, piani di assistenza individuale, percorsi comuni di presa in carico post dimissione, ambulatori avanzati di medicina generale e addirittura di un Piano per l’assistenza domiciliare che avrebbe dovuto essere pronto per il 20 aprile. Quando e come si pensa di realizzare o incrementare questi servizi? Me lo chiedo, riservandomi di approfondire i dettagli, perché la prima fase dell’emergenza ha fatto emergere i problemi dei servizi ospedalieri ma ora sono evidenti anche le carenze di quelli territoriali, tra cui ci sono proprio la sorveglianza epidemiologica e le cure domiciliari, che in caso di covid19 possono ridurre l’aggravarsi della malattia e i ricoveri. Penso che invece di costruire ospedali temporanei è ora di tornare ad un modello di sanità diffusa che integri davvero ospedale e territorio.
Cosa pensa delle terapie intensive alla fiera di Civitanova? Che è un errore, e non sono solo io a dirlo. Sappiamo che il sistema ha retto grazie alla generosa professionalità di tutto il personale sanitario, in particolare anestetisti e rianimatori che sono riusciti in tempi brevissimi a trasformare le postazioni sub intensive e le osservazioni brevi in posti letto di rianimazione aggiuntivi. Ora è proprio l’associazione anestetisti e rianimatori ospedalieri italiani a consigliare per il futuro una “riserva” strutturale di posti di terapia intensiva in ogni ospedale incrementandoli di almeno il 35%, anche perché le rianimazioni devono poter contare in tempo reale su consulenti chirurghi, radiologi, internisti, laboratoristi. Aggiungo che, oltre al problema del personale specializzato e ai costi della “recuperabilità” delle attrezzature, scegliendo una concentrazione temporanea si perde l’occasione di potenziare subito e in maniera permanente le terapie intensive negli ospedali esistenti, come invece si sta già facendo in Emilia Romagna dove in tempi brevissimi si realizzeranno 146 posti di terapia intensiva in 6 ospedali esistenti. La nostra rete di servizi sanitari va ridisegnata anche in funzione di possibili emergenze, spostando le basse complessità nei tanti spazi disponibili pubblici dei 13 ospedali chiusi o di quelli depotenziati come Pergola.






















