“Tragedia dolorosa umana, fisica e spirituale del paziente e del medico”
“Tralasciamo oggi tutti gli errori di una sanità pubblica dove si è lasciato combattere la battaglia della pandemia a mani nude ai tanti declamati, ma a solo a parole, Angeli della Sanità – confida il dottor Giovanni del Gaiso consigliere dell’Ordine dei Medici – concentriamo ora la nostra attenzione sulla tragedia umana, fisica e spirituale che ha coinvolto i malati alle prese con il Covid. L’alta pericolosità del contagio ha fatto subire ai nostri ricoverati d’essere stati abbandonati a se stessi. Infatti dopo le necessarie cure che di volta in volta venivano effettuate dagli operatori sanitari, i pazienti erano lasciati necessariamente in totale solitudine e abbandono nelle stanze degli ospedali. In questa pandemia, nonostante la super tecnologia e le super specializzazioni, è stato necessario il forzato isolamento che non ha consentito di curare il malato presso il suo capezzale, privato anche di quel gesto o quella parola di conforto. È così venuta a meno l’umanizzazione della cura, è mancato quell’ascolto e risposta che il malato desidera e che è suo diritto avere. Il medico ha il dovere di dare una risposta, che indica – eccomi sono con te, non ti abbandono – e che per il malato non significa guariscimi a tutti i costi, ma – non lasciarmi solo -. L’alleanza terapeutica – prosegue Del Gaiso – tra il medico ed il paziente ha il bisogno reciproco di guardarsi in faccia e sarebbe stato sufficiente farlo tramite un video e probabilmente la psiche umana ne avrebbe tratto beneficio. Infatti oltre alla tragedia fisica, ancor peggiore è stata quella spirituale, in cui con il passare delle ore aumentava la disperazione per una morte assurda e in completa solitudine. Il paziente Covid è stato lasciato senza sollievo della fede nelle parole di un cappellano, nel conforto di un familiare o di un operatore sanitario. Nel tragico momento della fine della vita, se si ha la vicinanza di un affetto, l’angoscia allevia sempre l’angoscia e la sofferenza! Esser medico significa anche essere compagno dell’ultimo viaggio. È nella malattia che l’uomo comprende quell’intreccio tra materia e spirito. Quando ci si trova in un letto di ospedale dove finisce il tempo di pensare agli altri come magari lo si è fatto per tutti i giorni trascorsi, inizia il momento della verità. L’uomo antico rivolgeva le sue domande agli dei, mentre oggi le domande come – perché proprio a me, ma che male ho fatto, ma che ho fatto per meritarmi tanto? – più che rivolgerle a Dio, si preferisce rivolgerle alla scienza e ai medici. È quel momento che entra in gioco quella che per il medico generico è la mission, un dovere etico deontologico, mentre per il medico cattolico è qualcosa di più, quasi un sacerdozio, perché al credente dà la speranza della vita eterna. Per quanto tempo rimarranno questi terribili ricordi? Si riuscirà a dimenticare? Temo che le conseguenze psicologiche saranno di difficile cura nel breve tempo. La stessa morte è stata mal gestita! Ci siamo limitati a filmare quelle interminabili e lugubri colonne notturne di camion militari pieni di feretri. Speriamo che non accada più!”.






















