“Sono decenni – fa notare il dott. Giovanni Del Gaiso membro dell’Ordine dei Medici – che si ripete di cambiare il Servizio Sanitario Nazionale, ma ancora non si vedono passi di rinnovamento. La salute è un bene per tutti e come tale serve una rivoluzione culturale sin dall’età scolastica ripristinando l’educazione civica, sanitaria ed ambientale”. Ma nel pratico cosa si dovrebbe fare? “Molti sono i punti in cui intervenire iniziando dall’abolizione del titolo V, che ha dato alle regioni enormi poteri con l’effetto di creare venti differenti sanità regionali. Poi bisogna abolire il concetto azienda sanitaria, perché tale significato pensa solo a fare business e non assistenza, la quale in alcune patologie potrebbe capitare di lavorare anche in rimessa. Serve sin da subito potenziare il finanziamento pubblico in modo sostanzioso e trasparente, senza destinare un terzo dei 115 miliardi riservati al SSN alla sanità privata, che tra l’altro opera anche in concorrenza trattando solo le patologie che fanno utile, tralasciando le più onerose. Per muoversi in questa direzione oltre le risorse servono grandi e coraggiose visioni, tralasciando gli interessi di parte. Se per salvare coalizioni politiche si glissano questi argomenti, continuerà lo smantellamento del servizio pubblico a favore della sanità privata e continuerà la disuguaglianza sanitaria. Dovrebbe farci aprire gli occhi la differenza che è avvenuta fra le varie regioni in questa pandemia. Infatti dove vi è stato maggiormente lo smantellamento della sanità pubblica a favore di quella privata come nelle tante invidiate regioni del Nord, meta di pellegrinaggi della speranza dal centro sud, il virus ha maggiormente colpito in numero di contagi e decessi”.
Tutti parlano anche della scarsità del personale sanitario? “Da anni diciamo che in Italia andranno a mancare 75.000 medici ed ora la pandemia ha evidenziato questo annoso problema. Va da subito rifinanziata la formazione medico specialistica ed quella di medicina generale. È inconcepibile che in una nazione a corto di personale in cui si laureano 22000 medici all’anno, solo 14000 possono accedere alle scuole di specializzazione, che senza le quali non è possibile operare nella sanità pubblica. Come non è pensabile la perdita dei talenti della medicina con oltre 1500 soggetti portati ad espatriare, i quali non faranno più ritorno nel nostro territorio. Poi vi è una altra gran parte di laureati non sono compresi fra queste due categorie sopra descritte, che sono costretti ad arrangiarsi come meglio possono”. Ma allora più che riformare va di nuovo tutto ricostruito? “La professione medica non si governa per decreti ed i direttori generali non devono essere scelti dalla politica, ma in base ad una rigorosa e trasparente selezione in riferimento al proprio curriculum. Va ridato spazio alla meritocrazia e bisogna riaffidarci agli ordini dei medici, che sono gli unici depositari del codice deontologico, che si ispira alle millenarie regole del giuramento di Ippocrate. È necessario riaprire il turnover con adeguamento dei livelli essenziali di assistenza nel rispetto di uguaglianza su tutto il territorio nazionale e far funzionare le macchine per la diagnostica anche con turni continuativi. In ultimo, ma solo per ordine cronologico ma non per importanza, liberarsi dei lacci delle lobbie, delle multinazionali del farmaco, della corruzione, delle associazioni malavitose e delle incrostazioni burocratiche. Risolti tutte questi inconvenienti, potremmo riavere una buona sanità che potrà dispensare la cura con coscienza e spirito di uguaglianza”.






















