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Nell’ultimo Rapporto rifiuti Marche 2017/2018 disponibile sul sito Arpam, sezione catasto rifiuti, a pagina 43 si può trovare questa tabella:

https://www.arpa.marche.it/images/pdf/rifiuti/00_RAPPORTO_RIFIUTI_2017-2018_rev.pdf, pag. 43

Ciò che appare chiaro è che in Regione nel 2018 sono state prodotte, raccolte e avviate a recupero circa 236mila tonnellate di organico e verde. Il dato coincide sostanzialmente con quello dichiarato nel Rapporto rifiuti urbani 2019 (dati 2018) di ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che lo quantifica in circa 243mila tonnellate; piccoli scostamenti sono comuni in quanto dovuti a diverse metodologie di calcolo o reperimento dati. Arpam nella tabella qui sopra dichiara anche che 165mila tonnellate di quel rifiuto biodegradabile (circa il 70%) vengono gestite in impianti regionali, mentre il restante 30% viene inviato ad impianti di recupero extra-regionali, la famosa giustificazione di tutte le aziende che hanno presentato progetti per la realizzazione di mega-impianti di digestione anaerobica. Si nota, invece, in questo caso, una ben sostanziale differenza nei dati dichiarati da ISPRA che, a pagina 481 del suo Rapporto, nella tabella dell’immagine sottostante, evidenzia che i rifiuti trattati negli impianti di compostaggio regionali ammontano a circa 98mila tonnellate.

https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/resolveuid/847f641f40ac42b9a979f159824e59bd, pag. 481

Come interpretare questa differenza così significativa? Arpam dichiara che i rifiuti biodegradabili trattati in impianti regionali è pari a circa 165mila tonnellate, mentre ISPRA, l’istituto nazionale, ne dichiara 98mila tonnellate. Per svelare l’arcano occorre andare a capire che tipo di dati elabora ISPRA; scopriamo così che nel caso della frazione organica “le elaborazioni non sono state effettuate a partire dai dati di raccolta differenziata, bensì utilizzando direttamente i valori relativi dell’input agli impianti di compostaggio e digestione anaerobica al netto degli scarti dei processi di trattamento.” (pag. 55).

Ciò significa che la differenza tra i dati dei due enti, pari a 67mila tonnellate (165 – 98 = 67), risultano essere gli scarti del trattamento del rifiuto biodegradabile. In Regione si raccolgono in modo differenziato circa 240mila tonnellate di rifiuti organico, 165mila vengono avviate a trattamento in impianti marchigiani, ma di questi soltanto 98mila vengono effettivamente recuperati e trattati; 67mila tonnellate sono scarti.

Questo dato ci racconta di una raccolta differenziata del rifiuto organico che non funziona per niente bene, visto che poi il 40% di quanto raccolto e avviato a recupero non è effettivamente riciclabile. Ciò avviene perché le modalità di raccolta utilizzate in moltissimi comuni sono ancora stradali; nel cassonetto a libero accesso dell’organico, aperto, va a finire di tutto, visto che nessuno controlla. In una raccolta porta a porta ciò non succederebbe, poiché l’operatore del servizio notando che il rifiuto che sta raccogliendo non è organico di qualità, essendo presenti numerose impurità (frazioni estranee), non ritirerebbe il sacchetto esposto lasciando un avviso e spiegando il motivo, contribuendo così al miglioramento della qualità della raccolta derivante da una maggior informazione e sensibilizzazione puntuale dell’utente.

Il sistema che vede ancora protagonisti i cassonetti stradali a libero accesso, in realtà, è già stato bocciato dalla Regione Marche che nel suo Piano Regionale di Gestione Rifiuti del 2015 prevedeva già il divieto di tale gestione. Indicazioni del tutto inascoltate e inevase per anni da parte dei gestori e dei Comuni, approfittando del fatto che le indicazioni regionali non sono mai state recepite a livello provinciale nei Piani d’Ambito, mai approvati.

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https://www.arpa.marche.it/images/pdf/rifiuti/00_RAPPORTO_RIFIUTI_2017-2018_rev.pdf, pag. 29

Nell’immagine qui sopra, tutti i comuni colorati di bianco, grigio e azzurro o non hanno per niente la raccolta separata dell’organico oppure hanno ancora i cassonetti stradali in cui va a finire di tutto. Il colpo d’occhio è impressionante. Dati numerici si trovano invece nella tabella sottostante. Al 2018 ancora 12 Comuni marchigiani non raccoglievano l’organico separatamente e 118 lo raccoglievano con l’obsoleta modalità stradale, in totale il 57%, più della metà dei Comuni marchigiani! Molto probabilmente il dato aggiornato ad oggi è sostanzialmente lo stesso, visto che le modifiche gestionali sono state molto contenute.

https://www.arpa.marche.it/images/pdf/rifiuti/00_RAPPORTO_RIFIUTI_2017-2018_rev.pdf, pag. 28

Un ritardo e una miopia inaccettabili. È ora di pretendere che l’organico venga raccolto secondo le migliori pratiche, che, ad oggi, risultano essere quelle legate al porta a porta. Altrimenti buona parte di ciò che viene raccolto in modo differenziato, il 40% circa, non potrà essere effettivamente riciclato. Andrà a gonfiare il dato di % di raccolta differenziata, ma non quello di effettivo riciclo ed è proprio quest’ultimo che dal recepimento delle direttive europee, datato Settembre 2020, è diventato il dato principe per identificare un sistema di gestione rifiuti come virtuoso.

Oltre il danno anche la beffa, poiché le 67mila tonnellate di scarti non riciclabili poi, molto probabilmente, dovranno andare all’impianto TMB e successivamente in discarica, dando luogo a costi molto maggiori. Il 40% dell’organico raccolto essendo scarto si vedrà gravato di tre tipologie di costo: quello relativo alla raccolta, quello relativo al trattamento TMB e quello relativo allo smaltimento in discarica. Un’assurdità che i cittadini continuano a pagare cara, dovuta all’inerzia di Sindaci e gestori della raccolta che continuano ad insistere su modelli gestionali obsoleti e per nulla efficienti e virtuosi.

Nella provincia di Pesaro-Urbino l’unico Comune gestito da Aset in cui ancora la raccolta dell’organico avviene con la modalità stradale è San Costanzo. Come si può vedere dalla cartina nella pagina precedente, Marche Multiservizi adotta questa inefficiente modalità di raccolta per la quasi totalità dei Comuni in cui gestisce il servizio di raccolta rifiuti. Quale che sia la tipologia di trattamento (compostaggio o “bio”digestione), forse l’azienda farebbe bene ad uniformarsi a modelli gestionali in linea con le norme e più efficienti, altrimenti la qualità dell’organico in ingresso a qualsiasi tipo d’impianto sarà così scarsa che lo scarto di lavorazione sarà ben più consistente delle 12mila tonnellate su 105mila totali dichiarate in fase di progetto e il compost in uscita risulterà di qualità minore. Se l’ottica fosse stata quella di una gestione virtuosa, l’azienda avrebbe avviato una transizione a modelli migliori tanti anni fa, visto che le evidenze e i dati erano a disposizione e si sapeva benissimo che raccogliere l’organico con i cassonetti a libero accesso permette di conferire qualsiasi cosa insieme all’organico vero e proprio. Altroché l’Economia Circolare tanto sbandierata! Una nuova maschera, bella e alla moda, per coprire la solita gestione tutt’altro che virtuosa degli ultimi decenni.

 

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