Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Massimiliano Tassi
Per gli italiani l’arte è una carta d’identità. Gli italiani, a dire di Mussolini, sono un popolo di santi (quando dormono), di poeti (una volta) e di navigatori (nei libri di storia). Peccato che questa descrizione ormai è obsoleta. Potesse rifare il suo discorso, ahimè cosa direbbe il Mussolini del 1935? Ai segni particolari del popolo aggiungerebbe forse l’aggettivo impiccioni. Ma guardate che essere impiccioni è un’arte mica un difetto. E noi con l’arte ci sappiamo fare. Sono sicuro che Michelangelo, Leonardo e tutta quella scuola di geni, avrebbero oggi temi disparati sul quale trespolare le proprie tele. Che dire dei poeti? Certezza ve n’è che argomenti ispiratori farebbero tremare divine commedie, romanzi e atti teatrali di casa e non. Dei navigatori non saprei che dire, oggi la maggioranza d’essi naviga per mero guadagno e non per passione di scoperta. Hanno navigato, oggi si spostano e basta. L’arte dell’impiccio ha un natale contemporaneo. Dapprima forse v’era uguale, latente fra le pieghe della santocchieria, dell’ipocrisia e della posticcia diplomazia delle persone dell’alto e medio ceto. Italiani, popolo di artisti, che non sanno più dipingere, fare rime e avanscoprire sui mari, ma che sanno bene come farsi i fatti tuoi. L’arte dell’impiccio ha il suo natale ogni giorno. Lo vedi nascere tutte le volte che qualcuno, senza prima domandarti come stai, ti chiede: “Ti sei vaccinato? Italiani, grande popolo, grandi artisti ma soprattutto grande cuore. Ho pianto di fronte a tele, sculture, letture di poemi e letture di conquiste e da bravo italiano non posso non cedere alle lacrime di fronte all’ultimo capolavoro della rosa dei nostri geni, l’arte dell’impiccio.
di Massimiliano Tassi





















