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Tutti i componenti dell’Opi Pesaro Urbino condannano con forza questi atti violenti ed esprimono massima solidarietà a tutti coloro che ne hanno subito. Il presidente Serafini Marco ricorda che il personale sanitario svolge un lavoro quotidiano molto delicato, a contatto con i pazienti, per assicurare loro la massima assistenza e le cure necessarie, spesso con orari dilatati, turni massacranti e risorse umane ridotte. Questo episodio di aggressione solleva gravi preoccupazioni sulla sicurezza del personale sanitario in servizio, che rischia quotidianamente di essere vittima di violenze da parte dei pazienti. È fondamentale adottare misure urgenti per garantire un ambiente di lavoro sicuro e proteggere coloro che dedicano le proprie energie alla cura degli altri. Alle istituzioni e alle direzioni aziendali chiediamo un impegno diretto, urgente e concreto. Purtroppo – vorrei sottolineare – che i numeri delle aggressioni appaiono più alti rispetto ai casi denunciati. Gli infermieri, infatti, spesso non denunciano o evidenziano i casi di violenza verbale. Come affermato da Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI… “Il vissuto di un infermiere, di un professionista che in qualche modo è aggredito è un vissuto che fa fatica ad essere elaborato. Ci sono studi internazionali che ci parlano di episodi di burnout, stress, disaffezione, tanto è vero che in questi anni si registrano molti casi di abbandono delle professioni di cura e assistenza per questo motivo”. Serafini continua spiegando che “le aggressioni sono effetto di una serie di cause anche importanti che affondano le radici in diversi contesti, tra cui i modelli organizzativi e alcune mancate risposte che i cittadini patiscono. I bisogni di quest’ ultimi spesso non vengono convogliati verso i luoghi più adeguati. Ad esempio, molti accessi al Pronto Soccorso non sono legati a situazioni di criticità vitali. Emergono invece bisogni di ascolto, necessità di presa in carico di situazioni complesse, che sfiorano la sfera socioassistenziale. Si aspettano quindi una risposta da un servizio, da una struttura, che spesso non è quella corretta. Occorre quindi investire affinché vi siano servizi territoriali sempre più capillari e conosciuti. È necessario e con urgenza riorganizzare i servizi sanitari prevalentemente in ambito territoriale e su questo contiamo che l’introduzione della figura dell’infermiere di famiglia e comunità possa favorire il ricorso da parte dei cittadini ai servizi territoriali sanitari così da dare un supporto al pronto soccorso che continua a confermarsi la sede principale nella quale avvengono episodi di violenza”.

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