di Anna Maria Polidori
Durante questi mesi Vitalij Zherdev, ritrattista e insegnante di Disegno all’Università di Charkiv, in Ucraina, da dove è scappato a causa della guerra, ha lasciato le Marche “L’ho fatto a dicembre” diretto a Milano “Una città culturalmente molto fertile. La potremmo definire la seconda capitale d’Italia” . Nelle Marche ha esposto tanto a Urbino, alla casa di Raffaello, lo scorso febbraio 2023 e poi in estate nella cornice di Gradare a Palazzo Vesign e alla Casa del Gufo. Sebbene i ballerini restino una priorità: “Ah, la Scala… che luogo favoloso. Un team così affiatato. Ricomincerò a ritrarli presto”, questi mesi Vitalij ha subìto la fascinazione di uno dei nostri più importanti registi internazionali di tutti i tempi: Franco Zeffirelli. Una volta scoperto che Romeo e Giulietta, così come pure Fratello Sole, Sorella Luna sono stati filmati a Gubbio, Zherdev non ha perso tempo e ha visitato ogni possibile, immaginabile luogo dove il regista ha fatto passare i suoi interpreti. “Oh, non mi è parso il vero di poter avere la possibilità di saperne di più. Visitare le locations che hanno ispirato a Zeffirelli così tanta creatività per me è stato fantastico. Non mi sono fermato a Gubbio, ma ho visto i Monti Sibillini, San Gimignano. In particolare Assisi è stata una grande rivelazione. Non potrei nemmeno dirle quale luogo apprezzi maggiormente perché tutti sono unici per architettura, paesaggio”.
Che cosa rappresenta per lei Zeffirelli? “Zeffirelli era una persona straordinaria, un’artista eclettico. Non si è limitato a essere un regista, è stato un costumista, uno scenografo terrificante. I suoi allestimenti operistici al Verona Opera Festival sono tutt’oggi attuali. Sì, questi mesi ho avuto l’opportunità di imparare parecchio sulle sue multiformi attività, su come abbia saputo creare i suoi capolavori”.
Lei non si è fermato a una conoscenza superficiale. Alla fine è approdato alla Fondazione Zeffirelli ed ha ora perfino una mostra che è stata inaugurata il 16 aprile visibile fino al trenta giugno su Riratti di Monaci Ortodossi. Come ha fatto? “Oh, è stato per puro caso. Mi trovavo a Firenze, e che cosa ho visto accanto ad altri stupendi monumenti? La Fondazione Zeffirelli. Ho pensato: mamma mia! devo andarci. Alla Fondazione poi ho avuto modo di interfacciarmi con il figlio di Zeffirelli, Pippo. Gli ho spiegato da dove venissi, quale fosse la mia attività, che amavo ritrarre volti di persone, dai monaci ai ballerini facendogli vedere i miei lavori più recenti: quelli all’eremo di Fabriano, Santa Maria Val di Sasso. Lì ho conosciuto il rettore dell’Abbazia Padre Ferdinando Campana e i frati del monastero cominciando a ritrarre pure loro, come parte della mia galleria”.
E Pippo Zeffirelli… “È restato piacevolmente impressionato dai miei lavori, così tanto da volerli vedere esposti alla Fondazione”. Firenze è un’ottimo luogo per l’arte. “Sì, non nego che questa mostra potrà essere a lungo apprezzata, terminando solo alla fine di giugno”. Come è il figlio di Zeffirelli? “Pippo è una persona gentile, simpatica, aperta”.
Quanti sono i ritratti esposti? “Cinquanta. Tutti vividi e reali: di persone che ho incontrato strada facendo. È questo quello che ha colpito Pippo. In un mondo dove tutto può essere replicato o creato artificialmente, Zeffirelli ha apprezzato la genuinità del prodotto che gli stavo facendo vedere. Era opera mia, fatto con una matita e un foglio bianco”.
Pippo Zeffirelli ha anche promesso di farle fare alcuni workshop. “Sì, avranno luogo alla Fondazione Zeffirelli da maggio. D’altronde io baso molto del mio lavoro sulla psicologia dei ritratti. Non è importante solo fare un volto ma catturare parti essenziali del viso come lo sguardo. È fondamentale nel dialogo che si instaura tra chi disegna, chi fa il modello, e più tardi, chi osserverà il quadro e magari si fermerà perché colpito dall’intensità degli occhi. Sennò, creda, senza questa componente, tutti i ritratti sarebbero semplici…”teste” senza alcun spessore emotivo. La persona disegnata deve “parlare”, comunicare, rilasciare sensazioni. Il visitatore deve chiedersi: perché quella persona ritratta mi colpisce? Perché è importante? E la risposta: perché mi fermo accanto a lei/lui e mi comunica”. A Firenze ha fatto anche tante conoscenze. “Sì, sono stato introdotto a Andrej Tarkovsky figlio di un regista russo molto stimato e al vescovo di Londra Irenei Steenberg. Inoltre tra chi avevo invitato per l’inaugurazione di questa mostra di monaci ortodossi ho incluso Anna Vorotsova, scrittrice, traduttrice e parente di Alexander Pushkin”.
Come avete studiato questa mostra? “Pippo Zeffirelli ha pensato di far vedere al mondo intero che cosa voglia dire monachesimo. Era meglia, ha detto, focalizzare su questo mondo, molto più sconosciuto di tanti altri. Alla fine è così. Un monastero è un luogo chiuso, inaccessibile. A volte ho avuto difficoltà nel fare ritratti proprio per la discrezione che vi alberga”.
Lei però i monaci li ha ritratti eccome. “Sì. Volevo e voglio capire perché si trovino lì, voglio comprendere la loro vita, che cosa hanno lasciato indietro e che cosa hanno trovato”.
Però dica la verità, è riuscito a riassumere con due dipinti i mondi che ama più di tutti: il balletto e l’opera. “Beh sì è vero. Ho riannodato le fila del discorso con il balletto e con Zeffirelli, grazie ad un dipinto di Nureyev, accostato a quello del grande Maestro che ho donato con vivo piacere alla Fondazione. Rudy conosceva Franco, erano grandi amici ed entrambi personaggi leggendari dello spettacolo”. Quel ritratto di Zeffirelli è bellissimo. Un gran bel regalo. “Sa perché l’ho fatto? Per gratitudine. Ho pensato: “Caro Zeffirelli tu mi hai dato ispirazione, e io ti restituisco la mia arte per ringraziarti“.






















