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Ogni lascito, piccolo o grande che sia, pesa in realtà come un macigno. Perché implica senso di responsabilità, coscienza  del proprio ruolo, capacità di proiettare e saper gestire nel futuro il testimone ricevuto dal passato. Gli oneri, in definitiva, vanno di pari passo con gli onori. Ora che l’Alma Juventus non è più, martoriata e infine giustiziata senza pietà da un complotto di colpevoli acclarati e di solo presunti innocenti che non si finirà mai di denunciare, l’avvenire del calcio fanese è nelle mani della nuova società, sorta in tutta fretta nell’estate scorsa quando già si intravvedevano i lugubri segnali dell’imminente estinzione della sua illustre progenitrice. A ben guardare, le credenziali in possesso del Fano Calcio depongono a favore di sorti, se non proprio magnifiche e progressive, quantomeno gratificanti e tali da far dimenticare rapidamente le tante, troppe frustrazioni patite negli ultimi anni. Il sodalizio è forte economicamente, dal momento che è riuscito a coagulare (e il processo di coinvolgimento non pare ancora terminato) le migliori forze imprenditoriali cittadine, cosa più unica che rara nella più che secolare storia del pallone locale. Oltretutto, gode dell’appoggio palese delle istituzioni, altro dettaglio di non poco conto se si pensa all’indifferenza e alle ripicche dei tempi che furono. La squadra, chiaramente di categoria superiore, sta dominando il campionato di competenza e si avvia a conquistare una promozione sul campo cui manca solo l’ufficialità.  Ma quel che si è fatto o si sta facendo è nulla al cospetto di quanto (ed è molto) rimane da fare. E’ chiaro infatti che la piazza, abituata a ben altri palcoscenici, ha fretta di risalire e tornare a dire la sua su ribalte superiori. E allora s’impone una seria programmazione tecnico-finanziaria che funga da propellente per riguadagnare il Paradiso, messa a corredo di un’abile strategia studiata per tentare di compiere più di un passo alla volta. Siccome in questo caso il fine giustifica i mezzi vanno concepite e portate a compimento fusioni (è sempre attuale qualla con il S. Orso, a patto che si salvi), accorpamenti, rilievi del titolo sportivo, domande di ripescaggio in caso di rinuncia, esclusione o fallimenti  e quant’altro utile a riguadagnare rapidamente lo status perduto. Se lo ha fatto senza pudore né scrupoli la Fiorentina un quarto di secolo fa (ricordate la Florentia Viola ripartita dalla C2 e subito tornata in A?) non si vede il motivo per cui non si possa provare ad emularne l’iter. Altro imperativo categorico è quello di riappropriarsi di nome e simbolo, che ci appartengono come prezioso patrimonio ideale e vanno  ribaditi in tutta la loro bellezza. Se per ragioni burocratiche non si potrà chiamare Alma Juventus 1906 come la defunta la si ribattezzi, preservando l’appellativo latino datole da Adolfo Gandiglio, Nova Alma Juventus 2025 o al limite Fanum Fortunae, come era agli inizi. E lo stemma (l’aquila in volo che sorregge lo scudo cittadino), legittimamente vietato a Guida per le sue male pratiche, deve tornare ad essere cucito sulle maglie granata quanto prima. La via è insomma tracciata e va percorsa con fiducia, perseveranza e unità di intenti. Senza la comoda e stizzita nostalgia di chi si arrocca a difesa di ciò che è stato, chiudendo ostinatamente la porta al nuovo che avanza. Che poi altro non è che la logica e giusta prosecuzione del vecchio. Giacché tutto cambia ma nella sostanza (e nella fede) ogni cosa rimane uguale a sé stessa

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Sandro Candelora - (opinionista)

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