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Un secolo e mezzo fa, all’indomani delle vittoriose lotte risorgimentali, fatta l’Italia si trattò di fare gli italiani. Siccome la storia è di certo capricciosa e aleatoria ma sovente sa essere ripetitiva e prevedibile, ecco che la situazione ora si ripropone pari pari, in piccolo beninteso,  anche a livello locale. In effetti, l’Alma Juventus non è più ma il Fano, che deve giocoforza raccoglierne l’eredità, non è ancora. Lo testimonia il termometro infallibile del sentimento popolare, sfilacciato in atteggiamenti variegati quando non diametralmente opposti. Ora, chi ha saputo leggere senza pregiudizi di sorta i controversi, quando non drammatici, accadimenti avvenuti da ultimo non ha avuto esitazioni a sposare la giusta causa del nuovo club, l’unica opzione utile per garantire un futuro degno al calcio fanese. Sono quanti frequentano abitualmente lo stadio ‘Mancini’ senza se e senza ma, dando fiducia ad una realtà sana, seria (e non è poca cosa, visto il pregresso), ambiziosa la sua parte, sputata dalla terra natia per dirla con Saba, dato l’alto tasso di sangue cittadino che la pervade, dalla dirigenza giù giù fino all’ultimo dei giocatori. È questo in sostanza il sodalizio che ci rappresenta, volenti o nolenti, in attesa che si riappropri doverosamente di nome e simbolo originali, senza derogare per un solo attimo dall’imperativo categorico di risalire la china, lunga ed erta, nel più breve tempo possibile, costi quel che costi e calzando alla bisogna gli stivali delle sette leghe. Tutto ciò premesso, non si capisce l’ostracismo manifestato dallo zoccolo duro del tifo (ma sì, parliamo di Panthers e Ultras, ché non abbiamo mai avuto paura di fare nomi e cognomi) nei confronti della neonata società. La nostalgia per trascorsi più che secolari ci può stare ma va gestita virilmente, evitando isterie collettive. Pure il rammarico e la rabbia per l’ingloriosa fine dell’aquila sono comprensibili ma, a ben guardare, dovrebbero costituire la molla per proiettarsi con rinnovato slancio verso l’avvenire. No, qui c’è sotto qualcos’altro. Un pregiudizio diffuso, un pollice verso decretato a priori dai mammasantissima della curva nei riguardi di chi (il Consorzio, le istituzioni, la presidenza) ha avuto il coraggio di non scendere a patti con filibustieri di mezza tacca e acclarata pericolosità sociale, venuti in riva al Metauro a fare scempio di un bene ideale che andava difeso con lungimiranza già in epoche non sospette. Il merito in definitiva agli occhi di qualcuno è diventato una colpa. La virtù un reato di lesa maestà. Il tempo però è galantuomo e siamo certi che chi oggi si ostina a ragionare puerilmente per partito preso domani darà ascolto al cuore. L’unico, grande cuore granata che non ha mai smesso di battere. E mai smetterà.

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Sandro Candelora - (Opinionista)

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