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di Alberto Mazzacchera

Con la nuova legge sulla montagna, il Governo ha scelto di fissare a 600 metri la soglia minima per definire lo status di “comune montano”. Un criterio apparentemente oggettivo, ma che di fatto privilegia i territori alpini e taglia fuori gran parte dell’Appennino, il sistema montuoso che dalla Liguria fino alla Sicilia attraversa l’Italia da nord a sud e ne custodisce paesaggi ben preservati grazie proprio a comunità resilienti.

Questa è una legge che misura le altezze, ma dimentica le fragilità. Nell’Appennino centrale, dove la maggior parte dei centri abitati si trova sotto i 550 metri di quota, i problemi reali non dipendono dall’altitudine ma dall’isolamento, dal declino demografico, dall’assenza di servizi e infrastrutture. Penalizzare questi territori significa non solo disconoscere una montagna fatta di borghi, artigianato e agricoltura di presidio, che tiene insieme l’identità del Paese, ma incamminarsi verso l’abbandono di ampie parti di territorio nazionale che rappresentano bellezza e memoria e che, se ben gestiti, sono luoghi del turismo lento, del vivere in armonia con la natura.

In altri Paesi europei la montagna è definita in modo diverso.

In Francia, la Loi Montagne (1985, aggiornata nel 2016) riconosce le “zones de montagne” non solo in base all’altitudine, ma anche in forza di criteri quali la pendenza, il clima, e la difficoltà di utilizzo agricolo del suolo. In questo modo, vengono tutelate anche aree di media collina e territori isolati dove i costi di gestione e le limitazioni naturali sono paragonabili a quelli delle alte quote.

In Spagna, la Ley 25/1982 de Agricultura de Montaña e le successive normative regionali individuano le “zonas de montaña” secondo un insieme di parametri ambientali e socio-economici, legati alla marginalità territoriale e alla difficoltà di accesso, più che a una quota altimetrica fissa.

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L’Italia, invece, sembra ridurre la complessità del suo territorio a un mero dato geodetico. Va detto che non è la prima volta che si afferma, in modo più o meno esplicito, una visione di rinuncia nei confronti dell’Italia cosiddetta minore. Non molti mesi fa, una bozza programmatica governativa suggeriva di concentrare gli investimenti sui centri attrattivi, lasciando progressivamente al proprio destino molti borghi ormai spopolati. Quella proposta, poi ritirata, conteneva però un segnale politico chiaro: l’idea che non tutto il territorio meriti di essere salvato. Ma in entrambi i casi si afferma una logica selettiva e metropolitana, che contraddice l’idea di Italia come rete di città, paesi, valli, frazioni e borghi storici.

Così l’Appennino rischia di scomparire non dalle carte, ma dalle politiche governative. E con esso la possibilità di interventi mirati contro lo spopolamento, per la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale diffuso. Ma soprattutto questa impostazione tende a governare il territorio per concentrazione, dimenticando che la forza dell’Italia è sempre stata la capillarità, non la gerarchia: un equilibrio faticosamente mantenuto nei secoli tra città e campagna, costa e montagna.

Di fronte a questo scenario, si chiede alla Regione Marche di farsi interprete del disagio dei territori appenninici e di opporsi a una norma che penalizza l’area montana, promuovendo in Conferenza Stato-Regioni la revisione dei criteri altimetrici e l’introduzione di parametri socio-economici. La montagna marchigiana non può essere cancellata per decreto e la Regione Marche ha il dovere di difenderla in quanto parte viva dell’identità regionale e nazionale.

Una legge sulla montagna dovrebbe servire a unire il Paese, non a dividerlo per altitudine. Perché la vera montagna d’Italia è quella che resiste, e l’Italia va salvata nella sua interezza: è questa la radice della sua grandezza e unicità.

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