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Fa sorridere – amaramente – che chi oggi invoca la Costituzione dimostri di non conoscerla. La nostra Carta non tutela l’indottrinamento, ma il confronto, il pluralismo di idee e il rispetto delle diverse sensibilità. Ed è proprio questo confronto che è venuto meno nel caso segnalatomi dagli studenti del liceo Marconi di Pesaro. Quello con Francesca Albanese è stato un dialogo a senso unico, privo di contraddittorio, senza informazione preventiva alle famiglie, nel quale è stata proposta una visione politica unilaterale su temi di estrema delicatezza. Chi oggi grida alla censura dovrebbe spiegare perché il confronto venga sistematicamente evitato. La stessa Albanese ha dimostrato più volte intolleranza verso il contraddittorio e ha attaccato a testa bassa la libertà di stampa. Emblematico poi l’episodio in cui, sentendo nominare il nome di Liliana Segre, ha abbandonato uno studio televisivo. Una scelta coerente, contrariamente a quanto fa la sinistra che, a seconda della convenienza del momento, applaude Albanese o Segre, senza il coraggio di scegliere. Dante avrebbe parlato di ignavia: la comoda neutralità di chi evita di dire da che parte sta. E invece qui una scelta è necessaria: stare dalla parte del mondo occidentale e della democrazia, oppure legittimare chi, in più occasioni, ha mostrato comprensione o ambiguità persino verso il terrorismo. Colpisce poi l’inedita alleanza tra Movimento 5 Stelle e CGIL. Solo poco tempo fa, i pentastellati accusavano la CGIL di essere un’élite di privilegiati, lontana dai lavoratori. Oggi si spalleggiano per difendere l’indifendibile, nel tentativo di coprire una vicenda che ha un dato incontestabile: degli studenti si sono sentiti usati come cavie di un indottrinamento ideologico. Se c’è qualcuno a cui la sinistra dovrebbe rispondere non è a un parlamentare che esercita il proprio ruolo, ma a studenti che si sono rivolti alle istituzioni perché si sono sentiti traditi da una scuola che avrebbe dovuto garantire pluralismo e invece ha offerto una narrazione unica. Chiedere chiarimenti non è censura. Difendere il pensiero critico non è intimidazione. Ricordare che l’ultima parola sull’educazione dei figli spetta ai genitori dovrebbe essere un atto scontato ma per qualcuno non lo è. Evidentemente c’è chi rimpiange l’Unione Sovietica dove i bambini non erano più della famiglia ma dello stato e la scuola era considerata la fabbrica del “nuovo uomo socialista”, leale al partito, ateo e collettivista.

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