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NOTA CONGIUNTA DELL’ISTITUTO PER LA STORIA 
DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE “E.CAPPELLINI”, 
ANPI, ISTITUTO “GRAMSCI”

Il 10 febbraio si celebra il cosiddetto Giorno del Ricordo, istituito nel 2004 su iniziativa parlamentare dell’estrema destra. Nel tempo questa ricorrenza è diventata l’occasione per rovesciare i fatti storici, autoassolvere le responsabilità del fascismo e, ancora prima, dei governi liberali nel processo di violenta italianizzazione delle terre istriane. Un’operazione che serve a occultare e giustificare i crimini commessi dallo Stato italiano, mentre la  tragedia delle Foibe è diventata il caso più emblematico di un uso pubblico della Storia da parte della destra che distorce ogni realtà fattuale, con una serie di assurdità: le  Foibe sono “la nostra Shoah” e l’esodo giuliano-dalmata sarebbe stato una “pulizia  etnica pianificata”  a  “seguito di un genocidio”.

L’Italia, a differenza della Germania e del Giappone, non ha mai conosciuto una Norimberga né una Tokyo, sebbene in versione edulcorata rispetto alla prima. Nessun grande processo agli ufficiali  fascisti per i crimini commessi in Jugoslavia, in Urss, Albania, Grecia, Etiopia, Libia, durante l’occupazione. Al contrario, nell’immediato dopoguerra molti di loro rientrarono a pieno titolo nei ranghi dell’amministrazione pubblica, ricoprirono incarichi apicali, divennero parlamentari e dirigenti di partito.

Tutto ciò avvenne, nel clima della guerra fredda, con la complicità dei governi democristiani e delle autorità anglo-americane, più interessate a rimuovere le responsabilità del fascismo e a combattere l’URSS e i comunisti – tra gli artefici fondamentali della vittoria sul nazifascismo – che a fare giustizia.

Oggi la retorica vittimistica del governo asseconda l’estrema destra, apertamente fascista, nel rivendicare persino i territori perduti  dell’Istria e della Dalmazia e della Venezia Giulia  assegnati dai trattati di  pace all’ex  Juogoslavia.

In questo quadro falsamente vittimistico si “dimentica” molto. Si dimenticano i circa 160.000 profughi istriani, sloveni e croati cacciati dalle loro terre in seguito al Trattato di Rapallo del 1920. Si dimentica che il tribunale di Trieste dello Stato liberale condannò a 120 anni di carcere 50 ferrovieri (italiani e jugoslavi) per lo sciopero del 1919, accusandoli di anti-italianità e filo-slavismo; che a Pola, nel gennaio 1920, furono condannati a 25 anni di carcere metalmeccanici italiani e jugoslavi con l’accusa di cospirazione contro lo Stato e istigazione alla guerra civile; che il 13 luglio 1920 i fascisti incendiarono la Narodni Dom, la Casa del Popolo della minoranza slovena a Trieste; che Mussolini certificò la nascita del fascismo nelle terre di confine scrivendo su Il Popolo d’Italia: «In altre plaghe d’Italia i fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia Giulia sono l’elemento preponderante e dominante». Si dimenticano l’italianizzazione forzata imposta con le leggi del 1922-1931, i 544 imputati davanti al Tribunale Speciale fascista, le 35 condanne a morte inflitte a sloveni e croati. Si rimuove il programma apertamente razzista del regime, espresso Mussolini: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica dello zuccherino, ma quella del bastone. Io credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

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Si cancella dalla memoria pubblica l’invasione italiana della Jugoslavia e dei Balcani – Albania e Grecia – e i crimini di guerra compiuti dal Regio Esercito e dalle camicie nere. Si dimenticano i 36.000 morti di Lubiana sotto l’occupazione italiana; la “cintura” di filo spinato che nel febbraio 1942 circondò la città; le deportazioni di centinaia di migliaia di civili nei campi di internamento di Rab, – dove furono deportate 15 mila persone e ne morirono almeno 1500 in gran parte bambini, – Gonars, Renicci d’Anghiari e in decine di altre località italiane. Si dimenticano le fucilazioni, le rappresaglie, la guerra totale contro la popolazione civile, che costò al popolo jugoslavo oltre un milione di morti. Si dimenticano le repressioni in Montenegro guidate dal generale Pirzio Biroli e la famigerata “Circolare 3C” firmata dal generale Mario Roatta, mai realmente punito.

Si dimentica persino come venivano chiamati gli italiani occupanti: italijanski palikuće, “italiani bruciatori”, per l’uso sistematico dei lanciafiamme contro le abitazioni civili. Si dimenticano i partigiani italiani che combatterono nei Balcani nelle file dell’esercito di liberazione jugoslavo e i partigiani jugoslavi che contribuirono alla liberazione dell’Italia.Si dimentica che nessuno degli 800 criminali di guerra italiani iscritti nelle liste delle Nazioni Unite fu mai  processato, e che molti di loro vennero reintegrati e promossi nei vertici degli apparati repressivi della Repubblica in funzione anticomunista.

Così può continuare a prosperare il falso mito degli “italiani brava gente”, e in un quadro politico che vede legittimare apertamente fascismo e fascisti, ad accettare anche qualche rivendicazione dei territori “persi”. È stato un lungo percorso di rimozione, ma portato avanti con costanza che continua ancora oggi, soprattutto rivolgendosi alle giovani generazioni, per evitare che imparino davvero la storia.

Ma noi ci siamo. Per non dimenticare. E invitiamo chi legge a fare lo stesso.

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