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L’8 marzo 1917 le lavoratrici di San Pietroburgo scesero in piazza al grido di “pane e pace”, dando avvio alla rivoluzione destinata a cambiare il corso del Novecento. Nel 1921 la Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste, riunitasi a Mosca, proclamò l’8 marzo Giornata Internazionale dell’Operaia e finalmente nel 1977 l’ONU istituì la Giornata Internazionale della Donna.
Questa, dunque, non è una mera celebrazione ma è da sempre una giornata di lotta che fonda le sue radici nell’internazionalismo, nell’anticapitalismo, nelle battaglie dei popoli oppressi per l’autodeterminazione e l’emancipazione.
L’Amministrazione Comunale di Urbino è consapevole del significato di questo giorno? A guardare l’esiguo programma di eventi previsti per il fine settimana parrebbe di no. Come già avvenuto per il 25 novembre, il Comune, in linea con il governo regionale e nazionale, piuttosto che dar vita momenti di riflessione seria e approfondita sulla condizione femminile, preferisce ancora una volta la retorica paternalistica dell’ “amore”, termine vacuo se svuotato delle implicazioni politiche, che vede la donna esclusivamente come materna dispensatrice di cure e di fatto la relega in quei ruoli che il sistema patriarcale le ha imposto per secoli.
Noi, invece, sull’esempio delle femministe che ci hanno preceduto, rivendichiamo la capacità delle donne di essere combattenti, partigiane, rivoluzionarie. In questo 8 marzo 2026 ci uniamo alle lotte delle sorelle che nel mondo, pur subendo soprusi e violenza, con forza e coraggio anche oggi chiedono “pane e pace”; il nostro pensiero va soprattutto alle donne palestinesi, emblema di un popolo fiero capace di resistere ad un genocidio in nome della propria libertà, alle donne libanesi e  alle donne iraniane, vittime delle “bombe democratiche” dell’asse Usa-Israele, che si arroga  il compito di “liberarle” ma non si fa scrupoli a bombardare una scuola femminile uccidendo 180 bambine.

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