dall'ultimo numero di maggio di Non Solo Flaminia
Una riflessione del tesoriere dell’Ordine dei medici: “Errori da trent’anni. Ma oggi non può essere un alibi per i vari governi sostenere di non riuscire a rimediare in tempi brevi”
“Dopo il Trattato di Mastricht del 1982 – argomenta il tesoriere dell’Ordine dei medici dottor Giovanni Del Gaiso – che impose all’Italia tagli alla sanità per ridurre l’enorme debito con la chiusura di ospedali, pronto soccorso, posti letto e la non riassunzione dei medici in pensione, la riforma sanitaria equa e uguale per tutti dell’onorevole Tina Anselmi, subì tre controriforme con il colpo finale dell’abolizione del titolo V della Costituzione. Al centro dell’obiettivo non si mise più il malato ma il risparmio con il pareggio di bilancio”. Una inversione di tendenza forte… “Già, gestire la sanità come un’azienda sembrava virtuoso, ma questo ideologismo è spaventevole e immorale, perché non cura più tutti i malati in quanto tali. Questo si chiama diseguaglianza clinica!”. È cambiato anche il ruolo del medico? “Certo. Siamo arrivati alla medicina amministrata soppiantando quella ippocratica e il medico è diventato un costo e non un investimento. I medici vivono con disagio la professione, con condizionamenti di carattere economico e organizzativo, tanto da rendere la professione frustrante, non più attrattiva, e così 1.200 neolaureati vanno all’estero mentre altri medici scelgono il prepensionamento o lavorare in strutture private. L’errore più grosso è misurare la spesa sanitaria in rapporto al Pil e la spesa pubblica. Se il Pil sale, va bene, ma se scende sono dolori. Infatti dal 7% del 2016 si è scesi al 6% mettendo a rischio perfino la coesione sociale. Anche se gli errori risalgono a trent’anni fa, oggi non può essere un alibi per i vari governi sostenere di non riuscire a rimediare in tempi brevi. È ammirevole la buona fede della attuale amministrazione delle Marche dove dichiara che i risultati si vedranno fra 10 anni, ma ciò significa che 15 anni non saranno stati sufficienti a ripristinare gli obiettivi preposti e nel frattempo la gente muore”. In questi 5 anni si è visto qualche miglioramento? “Qualcosa si è fatto come la costruzione ex-novo di ospedali, alla ristrutturazione di altri compresi gli hospice, ad attrezzature più moderne e all’aumento consistente delle borse di studio per specializzare i neolaureati. Ma ancora non basta, ora bisogna con urgenza intervenire sul territorio e soprattutto sul personale sanitario”. Si spieghi meglio. “Indispensabile porre fine agli sprechi, alla corruzione, alle spartizioni, ai clientelismi, ai finanziamenti alla sanità privata, che fa concorrenza sleale alla pubblica. È urgente un cambio di paradigma. Stop al concetto di azienda con il pareggio di bilancio, ma porre al centro solo il malato. Uno Stato forte deve far quadrare i conti in tutti i settori, tranne che in sanità e se è necessario andare in rosso, bisogna trovare le risorse. Se la Costituzione è fondata sul lavoro è altrettanto vero che il lavoratore debba essere in salute, altrimenti è un costo e non una risorsa per lo Stato. Allora bisogna intervenire sul personale sanitario equiparando gli stipendi dei medici e infermieri a quelli europei, perché attualmente sono inferiori. Inoltre è sbagliato dire che mancano medici, visto che abbiamo il numero più alto d’Europa, invece mancano specialisti. Bisogna invertire l’attuale trend, e sarebbe ottimale portarci sulla media europea con quattro infermieri per ogni medico, mentre ora abbiamo un infermiere per quattro medici. Poi è urgente intervenire sulla medicina territoriale. Non si sono rimpiazzati più i medici di famiglia andati in pensione, per cui è venuta meno l’importante funzione filtro di questa preziosa categoria, producendo così l’affollamento ai pronto soccorso. Il decreto Balduzzi del 2014 prevedeva la non chiusura degli ospedali, prima dell’aver organizzato la medicina territoriale, con case della salute e ospedali di comunità. Non è bastato l’esempio del periodo pandemico dove si è dimostrato che la parte sana dello Stato sono medici e infermieri, rimasti in trincea con turni massacranti, mettendo a rischio la loro vita, tant’è che sono deceduti 380 medici in due anni e altrettanti infermieri”. Come si può con un enorme debito effettuare una riforma così coraggiosa? “È qui l’errore fatto finora e che si continua a fare, forse per timore o ancor peggio per impotenza e sudditanza dello strapotere dei potentati economici. I soldi ci sono, vanno spesi bene e non devono prendere altri rivoli. Se non si combatte la corruzione, non avremo mai una buona sanità. Se l’85 % delle risorse regionali vanno alla sanità, come mai queste risultano sempre insufficienti? Il SSN sarebbe una straordinaria piattaforma per lo sviluppo del nostro paese se si portasse il finanziamento del SSN dal 6% al 10%. Questo permetterebbe ai giovani la sicurezza sul lavoro e di formarsi una famiglia. In parole povere esistono due sanità, quella cattiva che la stiamo portando avanti da 30 anni, mentre quella buona, l’ho appena descritta”.






















