A Palazzo Ducale di Urbino, sede della Galleria Nazionale delle Marche, ha chiuso anche l’ultimo cantiere. I lavori conclusivi finanziati con i fondi PNRR hanno interessato il Salone del Trono e le Sale meridionali (dette “dei Melaranci”) affacciate sul cortile del Pasquino. Si è così completato un complesso di interventi che nell’ultimo quadriennio ha visto la riqualificazione energetica e la messa a norma dal punto di vista elettrico e antincendio di circa 5mila metri quadrati, oltre alla realizzazione di un nuovo impianto di illuminazione, di un sistema di monitoraggio microclimatico delle sale museali e del riordino museografico della collezione permanente della Galleria Nazionale delle Marche.
La presentazione di questo ultimo lavoro e il bilancio di tutti gli interventi finanziati con i fondi PNRR è in programma questo pomeriggio alle ore 16 nella Sala del Trono di Palazzo Ducale, a Urbino, con gli interventi del Direttore della Galleria Nazionale delle Marche, Luigi Gallo, lo storico dell’arte Giovanni Russo, l’architetto Francesco Primari e le restauratrici Giulia Papini e Marta Manfredi.
«I fondi straordinari del PNRR – dice Luigi Gallo, Direttore della Galleria Nazionale delle Marche – hanno permesso una totale revisione museografica, resasi ormai necessaria dopo oltre quarant’anni dal riordino del soprintendente Dal Poggetto e l’incremento delle collezioni. Tale intervento è stato reso possibile grazie al fondamentale sostegno della Direzione generale Musei, cui va il nostro più sincero ringraziamento per aver creduto in un progetto di restauro estensivo del piano nobile, affrontato nella sua complessità architettonica, collezionistica e impiantistica: una fiducia che ci è stata accordata e di cui siamo profondamente riconoscenti. Contestualmente, è stata condotta una sistematica campagna di interventi conservativi sulle opere, comprendente trattamenti di anossia estensiva applicati alle pale, alle porte istoriate, allo studiolo e ai soffitti, finalizzati alla disinfestazione e alla stabilizzazione dei materiali. Si tratta di un’azione capillare che contribuisce in modo determinante alla tutela preventiva e programmata, restituendo leggibilità e piena valorizzazione al palazzo e al suo patrimonio artistico. Ma quello che inciderà maggiormente – continua il direttore uscente – sarà la possibilità di monitorare puntualmente il microclima e quindi lo stato di conservazione delle opere, da un lato, e la miglior fruizione legata al nuovo sistema di illuminazione e ai nuovi ausili per la visita, dall’altro. È stato, infine, un privilegio aver condotto e portato a compimento questa complessa impresa in uno dei luoghi più significativi del Rinascimento, ricco di capolavori pittorici, grazie al lavoro condiviso di una squadra coesa e altamente qualificata» .
«La conclusione degli interventi finanziati dal PNRR alla Galleria Nazionale delle Marche – commenta il Direttore generale Musei Massimo Osanna – rappresenta un risultato di particolare rilievo per il Museo e per l’intero Sistema museale nazionale. Il progetto ha consentito di intervenire in maniera integrata sugli aspetti conservativi, impiantistici, energetici e museografici del Palazzo Ducale di Urbino, restituendo ai pubblici ambienti di straordinario valore storico e artistico attraverso nuovi standard di accessibilità, sostenibilità e qualità della fruizione. Particolarmente significativo è il fatto che questi interventi abbiano accompagnato anche un profondo ripensamento del percorso museale e della presentazione delle collezioni. È questa la visione che ha guidato gli investimenti del Ministero della Cultura nell’ambito del PNRR: non soltanto restaurare e adeguare gli edifici, ma rafforzare il ruolo dei musei come luoghi di conoscenza, ricerca e partecipazione. Il completamento della riqualificazione del piano nobile del Palazzo Ducale segna una tappa importante nel percorso di rinnovamento della Galleria Nazionale delle Marche e conferma come innovazione, accessibilità e qualità dell’esperienza di visita possano concorrere a costruire nuove opportunità di conoscenza e partecipazione culturale».
L’intervento al Salone del Trono
Il Salone del Trono, l’ambiente più maestoso dell’intero Palazzo Ducale con i suoi 35 metri di lunghezza, 15 di larghezza e 17 di altezza al culmine della volta, è tra le più alte espressioni dell’architettura di Luciano Laurana, che nell’enorme volta punteggiata di rosoni con le iniziali “FC” (Federico conte) lasciò un segno indelebile delle sue capacità ingegneristiche. Nei camini a colonne libere e nei peducci si celebra invece il titolo di duca (“FE DVX”). L’architetto senese Francesco di Giorgio (1439-1501) e lo scultore milanese Ambrogio Barocci (doc. 1470-1517) verso il 1474 diedero una nuova impronta alle decorazioni scultoree del palazzo, con motivi ornamentali del mondo classico che anticipano il Rinascimento maturo per l’uso sempre variato e di consapevole recupero archeologico. Con i lavori di adeguamento impiantistico e di restauro delle superfici pavimentali e murali si è potuto restituire alla sala una luminosità più omogenea e diffusa ottenuta con due particolare interventi. Prima di tutto con la riapertura delle cinque finestre dal lato del Cortile d’Onore (ancora apprezzabili nella loro profondità negli anni di direzione di Luigi Serra, poi tamponate nel corso dei restauri di Guglielmo Pacchioni nel 1938), che consentivano la doppia esposizione della sala assieme ai tre grandi finestroni sulla piazza della facciata ad Ali. In secondo luogo grazie alla realizzazione di un nuovo sistema illuminotecnico a sostegno dell’illuminazione generale e degli arazzi raffaelleschi del ciclo degli Atti degli Apostoli commissionato da papa Leone X de’ Medici a Raffaello Sanzio nel 1515-16 per la cappella Sistina in Vaticano. Nel corso dei lavori sono emerse anche tracce degli alloggi di strutture di sostegno per la realizzazione di apparati effimeri, probabilmente legati alle grandi feste del tempo di Federico da Montefeltro, così come forse anche alla costruzione della scenografia per la recita della commedia latina Calandria del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena nel 1513, quando il salone fu trasformato in un vero e proprio teatro antico, celebratissimo nelle fonti dell’epoca.
Nel salone, in cui al tempo dei Duchi d’Urbino, e in occasione di grandi eventi, si esponevano undici arazzi monumentali – oggi perduti – che raffiguravano Storie della caduta della città di Troia, dopo le normali operazioni di manutenzione conservativa, oggi tornano i sette arazzi raffaelleschi – cioè tessuti sui cartoni realizzati da Raffaello Sanzio – trasferiti dal Palazzo Reale di Milano a Urbino nel 1922 affinché la città natale del Sanzio, allora priva di sue opere, potesse esporre uno dei capolavori del maestro più conosciuti e replicati in Europa. Appartenuti al cardinale Giulio Mazzarino (1602-1661), gli arazzi hanno una storia collezionistica articolata e sono in certa misura testimoni di un periodo complesso della storia d’Europa tra Seicento e Settecento. La Guarigione del paralitico, La Predica di san Paolo ad Atene e Il Sacrificio di Listra furono acquistati dal cardinale Mazzarino tra il 1651 e il 1653 presso il governo repubblicano inglese di Oliver Cromwell, che aveva messo in vendita i beni della collezione reale. Per completare la serie, Mazzarino ordinò sette nuovi parati all’arazziere francese Jean Lefebvre (1621/22-1700), che dal 1655 aveva il proprio laboratorio al Louvre. Alla morte del cardinale il ciclo fu trasferito nel palazzo di famiglia al Quirinale: dopo alcuni passaggi ereditari nel 1750 la serie completa fu acquistata dal conte Gian Luca Pallavicini, governatore della Lombardia per conto dell’Austria, per arredare la propria residenza di Milano, il Regio Ducal Palazzo (poi Palazzo Reale). Nel 1753 egli vendette per 80mila fiorini tutti gli arazzi alla corte viennese per arredo del palazzo, dove rimasero fino al 1922 appunto.
Le rinnovate Sale dei Melaranci
Le tre Sale meridionali affacciate sul cortile del Pasquino prendono per tradizione il nome di sale ‘dei Melaranci’ per l’uso che i duchi della Rovere nel Cinquecento facevano di alcune piante ornamentali di arance dolci, esposte sotto le maestose arcate del loggiato. Durante la legazione Apostolica (1631-1860) furono utilizzate come tribunale e appartamento del legato Apostolico: fin quell’occasione furono modificati sia i portali scolpiti (alcuni vennero smontati e tamponati, altri spostati), sia i camini, come si nota bene nel rimontaggio di più parti per quello della sala dei Crocifissi, con la ventosa da salasso sottosopra. Dopo l’Unità d’Italia quest’ala del palazzo fece parte dell’appartamento del Sottoprefetto, che vi aveva la cucina, sala da pranzo e camere da letto. Nel 1916, durante la direzione di Luigi Serra, divenne parte del museo. Si può immaginare che, a seguito del matrimonio con Battista Sforza (1460), verso la metà degli anni Sessanta l’appartamento fosse destinato alla giovane moglie di Federico da Montefeltro e alla sua corte. Le tre stanze, tutte dotate di camino e con ingressi pubblici e privati, dovevano avere la funzione di anticamere e camere da letto. Conducevano a un grande salone di rappresentanza, la cui decorazione scultorea fu affidata al fiorentino Gregorio di Lorenzo, come già raccontato all’apertura del blocco di lavori dedicato alle sale occidentali nell’ottobre 2024. Dai documenti d’archivio si ricava che alla fine del Quattrocento abitavano qui importanti cortigiani tra cui l’astrologo Paolo da Middelburg, che aveva la sua camera proprio accanto all’appartamento di Ottaviano Ubaldini. Grazie ai lavori di restauro delle superfici pavimentali si apprezza oggi un dettaglio decorativo non secondario, che aiuta a restituire la giusta importanza a questi ambienti. Un possibile suggerimento di Leon Battista Alberti per la decorazione delle stanze della contessa Battista si può osservare infatti nella decorazione dei pavimenti, che presentano ben quattro varianti geometriche dei moduli a quadrelli ed esagonette: un caso unico in tutto il Palazzo Ducale e più in generale nell’Italia di metà Quattrocento. Consigliere e amico intimo di Federico, nel X libro del trattato De Architettura Alberti suggeriva infatti di occupare l’intero pavimento delle case signorili con motivi geometrici, così da esercitare di continuo la mente all’osservazione e alla meditazione. A seguito del riordino museografico si è riconfermata in parte la distribuzione dell’allestimento del soprintendente Paolo Dal Poggetto, dedicando gli spazi alla pittura dei ‘primitivi’ della collezione museale.
I “primitivi”
I riminesi Pietro, Francesco da Rimini e Giovanni Baronzio, il Maestro dell’Incoronazione di Urbino, Allegretto Nuzi e Puccio di Simone, sono alcuni tra i protagonisti della pittura di questi ambienti, che – tra Crocifissi e polittici – testimoniano non solo della varietà delle forme e delle tipologie delle immagini d’altare, ma anche della grande ricezione della regione Marche verso alcune tra le più significative novità artistiche dell’Italia centrale della metà del Trecento che trae linfa dalla lezione di Giotto.
I Crocifissi
La sala dedicata ai Crocifissi, in particolare, si configura come un vero e proprio focus su questo particolare arredo sacro, fondamentale nelle chiese medievali per la liturgia. Nel Medioevo le chiese avevano per la maggior parte di casi una divisione nella navata, una separazione dello spazio che serviva per dividere la zona destinata ai laici da quella dei religiosi. Su questa struttura, che poteva essere un tramezzo o un pontile in muratura o in legno, o una semplice trave, veniva collocato un Crocifisso di dimensioni tali da essere visto in tutta la chiesa. La Galleria Nazionale delle Marche custodisce in tal senso un piccolo nucleo di Crocifissi, entrati dopo l’Unità d’Italia nel Museo annesso all’Istituto di Belle Arti delle Marche da chiese della provincia (Urbino, Fossombrone, Mercatello sul Metauro). Tra di essi spicca il Crocifisso monumentale in origine nella chiesa di San Francesco a Urbino, significativo della diffusione della nuova pittura di Giotto nella penisola italiana attraverso i pittori riminesi.
Gli stendardi
Anche la sala dedicata agli stendardi processionali permette di gettare uno sguardo ampio su questa particolare tipologia di manufatti marchigiani, di cui Urbino assurge a caso esemplare perché conserva un numero significativo di gonfaloni su tela delle sue confraternite. La ricchezza della città è dimostrata anche dagli artisti a cui erano stati commissionati questo tipo di oggetti: lo stendardo di San Giovanni Battista è attribuito a Giovanni Santi nella sua fase giovanile, per i confratelli dello Spirito Santo lavorò Luca Signorelli, mentre l’insegna del Corpus Domini è uno dei capolavori della maturità di Tiziano Vecellio. L’allestimento permette di apprezzare nello spazio della sala tre stendardi ancora riconducibili alla loro funzione processionale, mentre alle pareti trovano posto le tele di Luca Signorelli e di Tiziano, la cui storia conservativa racconta di un precoce uso come arredo fisso, che si può bene immaginare i confratelli preferissero per conservare il più a lungo possibile i capolavori di questi due celebrati maestri.
Quattro anni di interventi
Con la riapertura del Salone del Trono e dell’Appartamento dei Melaranci, si compiono la completa rifunzionalizzazione e il riallestimento del piano nobile del Palazzo Ducale di Urbino. Avviati nel 2023, i lavori, hanno visto la chiusura del primo lotto il 18 aprile 2024, quando è stato riaperto l’Appartamento della Jole che, tra l’altro, ospita la Flagellazione di Piero della Francesca nel nuovo allestimento. A seguire, il 31 ottobre 2024, si è inaugurato l’Appartamento degli Ospiti, dove trova posto l’altro capolavoro di Piero della Francesca: la Madonna di Senigallia. Lo scorso anno, il 30 maggio, si è concluso il terzo lotto che ha coinvolto l’Appartamento del Duca, con il celebre Studiolo, il riallestimento de La Città Ideale e l’intervento di anastilosi che ha visto ricomporre l’architettura del bel lavabo marmoreo in quella che fu la camera del Duca. A fine 2025, lo scorso 18 dicembre, è stata la volta dell’Appartamento della Duchessa, con il riallestimento delle opere di Giovanni Santi e di Raffaello, ma anche con il focus su Federico Brandani e i suoi celebri stucchi. In totale sono stati quattro anni di profondi e necessari interventi, svoltisi sotto la direzione di Luigi Gallo, durante i quali l’antico Palazzo Ducale non ha mai chiuso totalmente e grazie ai quali la sontuosa dimora di Federico da Montefeltro è oggi uno dei “contenitori” d’arte più affascinanti e moderni d’Italia, pronto per le sfide future.
La “videocronaca”
Da segnalare che dal 18 giugno verrà proiettato il docufilm “le opere, i giorni. un diario dal Palazzo Ducale di Urbino”, un film di Mauro Santini. Seguendo con discrezione gli interventi di restauro del piano nobile del Palazzo Ducale di Urbino, “le opere, i giorni” si introduce nella rumorosa vita di cantiere, nel dietro le quinte di un percorso di lavoro durato tre anni, fatto di incognite, scoperte e trasformazioni. Un punto di vista inedito, in medias res, da cui traguardare l’incantata armonia di uno dei luoghi più significativi del Rinascimento italiano e al contempo penetrare nella complessa macchinazione dei pensieri, delle opere e delle azioni dei protagonisti, per restituire al pubblico il sentimento di un’esperienza unica nella storia recente di questo museo. Su tutto il mutare della luce, il passare delle stagioni, l’astante perfezione di una muta bellezza.






















