Per i grandi, quelli veri, il tempo è una variabile di poco conto. Dice nulla nell’eterna partita della vita, della credibilità, della memoria. Persone di tal fatta lasciano un segno indelebile in un attimo, breve o meno che sia. Osvaldo Bagnoli il proprio marchio imperituro l’ha impresso in appena alcuni mesi, quelli in cui si snodò la stagione 1978-’79. Formidabili davvero quegli anni. E non è di certo nostalgia fine a se stessa ma un dato di fatto stampato nel cuore e nella mente, prima ancora che negli annali del football. Milanese della Bovisa, di famiglia operaia, con alle spalle una discreta carriera da calciatore (spicca l’esperienza al Milan), arrivò in riva al Metauro da perfetto sconosciuto, ché le referenze da allenatore erano ancora tutte da costruire. L’Alma, finita nella parte bassa della classifica nel torneo precedente, in virtù della riforma dei campionati ripartiva dalla neonata C2. Fedele al motto ‘Veni, vidi, vici’, il nostro in meno di un amen mise in essere un autentico capolavoro. Taciturno di natura (ma quando parlava non volava una mosca), di cervello fino e sano senso pragmatico, ironico quando serviva ma all’occorrenza micidiale nello sguardo, diede un’occhiata al materiale umano messogli a disposizione da patron Gentili e dal sagace diesse Castellani, plasmandolo a modo suo. Vale a dire in maniera vincente. ‘Sono gli uomini a fare gli schemi’ ripeteva spesso. Parole sante. Vallo a spiegare ai fissati di tattica, moduli e numeri del giorno d’oggi. E allora davanti a Gregorutti (con l’emergente Santucci quale valida alternativa in porta) il nostro bloccò la difesa con due corazzieri a nome Cazzola e Piccinini. L’intraprendente D’Amico sfrecciava a sinistra e Briganti (ah, che libero era!) chiudeva e impostava l’azione. Arienti e Allegrini macinavano chilometri, recuperando palloni e creando in mediana una vera Maginot. Il fine Gambin dettava ordine e geometria. E, udite udite, in attacco giostravano addirittura in tre: il bomber Trevisan, l’agile Zaffini e, dandosi il cambio, Del Pelo o l’elegante Mochi. Risultato? Non ce ne fu per nessuno. L’Anconitana, seconda, finì staccata di nove punti. Un abisso. L’Italia intera scoprì così quel piccolo-grande uomo che del calcio aveva capito tutto. Prima e meglio di molti sedicenti maghi della panchina. Celebrato il giusto trionfo, era inevitabile che partisse. Lo attendeva la gloria vera: il ciclo fantastico di Cesena, lo storico scudetto a Verona, le imprese con il Genoa (ricordate la vittoria ad Anfield Road?), da ultimo la parentesi all’Inter. Ma siamo certi che ovunque andasse l’Osvaldo della Bovisa non si dimenticò mai di Fano, serbandone un caro ricordo non meno che sincera riconoscenza. Perché tutto era iniziato qui. Meravigliosamente indimenticabile.
Sandro Candelora - (Opinionista)






















