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Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria, nella data della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa dell’Unione Sovietica guidata dal maresciallo Žukov. Fu allora che il mondo non poté più fingere di non sapere. La barbarie nazista si mostrò in tutta la sua dimensione industriale e disumana: lo sterminio sistematico di ebrei, comunisti, antifascisti, rom e sinti, disabili, malati mentali, omosessuali, tutti sacrificati sull’altare della presunta “purezza della razza”.

Ma la memoria, se vuole essere autentica, non può essere selettiva né addomesticata. È un fatto storico che ebrei, comunisti, rom e sinti fossero perseguitati anche nei paesi occidentali ben prima dell’avvento dei lager nazisti. Ed è altrettanto storico che i genocidi compiuti dagli Stati Uniti contro i popoli nativi, e quelli perpetrati dalle potenze coloniali europee in Africa e in Asia, abbiano costituito un precedente concreto, un laboratorio di violenza di massa da cui il nazismo trasse ispirazione e metodo.

Va ricordato con chiarezza che per anni i governi europei e statunitensi intrattennero rapporti politici, economici e diplomatici cordiali con il regime hitleriano, nella cinica illusione di indirizzare la macchina da guerra tedesca verso Est per distruggere l’Unione Sovietica. Quelle stesse potenze sapevano dell’esistenza dei campi di concentramento, delle persecuzioni, delle leggi razziali. Eppure non mossero un dito per fermare lo sterminio. Anzi, rafforzarono i rapporti con Berlino.

Il Giorno della Memoria dovrebbe quindi essere occasione non solo di commemorazione, ma di resa dei conti con la storia. Con tutte le stragi e tutti i genocidi. Dallo sterminio dei popoli nativi del Nord e Sud America, ai genocidi coloniali in Africa e in Asia; dal massacro di Nanchino perpetrato dall’imperialismo giapponese, agli orrori del fascismo italiano in Libia ed Etiopia; dai campi di concentramento italiani — 259 sul territorio nazionale — ai campi di sterminio in Jugoslavia, come quello dell’isola di Rab; dalla Cirenaica, dove decine di migliaia di persone furono uccise o internate, ai campi etiopici come Danane, dove furono uccisi centinaia di deportati. Crimini enormi, rimossi, mai davvero assunti come responsabilità storica dallo Stato italiano.

Eppure, nelle celebrazioni ufficiali del 27 gennaio, si ricordano quasi esclusivamente i crimini del nazismo contro gli ebrei, come se il razzismo fosse un male “altrui”, estraneo, confinato nel passato e in un solo regime che abbia riguardato solo una popolazione. Ma la lotta contro il razzismo e il genocidio deve essere universale, oppure diventa ipocrisia. E l’ipocrisia,oggi, è sotto gli occhi di tutti. Accade in Palestina, a Gaza, dove un intero popolo viene affamato, bombardato, sterminato, mentre  l’Occidente non solo tace, ma giustifica, copre, arma e legittima nel nome della “difesa dell’Occidente”. La memoria, così usata, non serve a impedire nuovi genocidi: serve a giustificarli. Ricordare Auschwitz significa dire mai più per tutti, non mai più solo per qualcuno. Altrimenti la memoria smette di essere un monito e diventa un’arma politica.

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Occorre anche dire che la memoria della Shoha, a un quarto di secolo  dalla sua istituzione (L. 20 luglio 2000 n.211), ha assunto nel tempo aspetti pervasivi, quasi una monumentalizzazione che ha provocato l’erosione della memoria resistenziale messa in discussione fin dagli anni Novanta del Novecento. Si pensi all’istituzione del Giorno del Ricordo (30 marzo 2004 n.92) come contraltare al Giorno della Memoria, e alla debole risposta della Resistenza ecumenica e patriottica del presidente Ciampi in cui il partigianato e il CLN non sono più centrali. E ancora alle studiate ambiguità del presidente Napolitano che definì le Fosse Ardeatine “espressione di violenza antisemita” per i 75 ebrei assassinati sul totale  di 335 persone. È con Mattarella che viene rinnovato il valore fondamentale dell’Antifascismo e della Resistenza come cesura rispetto al fascismo e all’Italia liberale.

Non è casuale che anche in Europa ormai la Shoha e il paradigma dei “totalitarismi gemelli”, che equipara nazismo e comunismo, costituiscano i pilastri della “Resistenza antitotalitaria”  formulata nel 2019 dal  Parlamento europeo. Tutto si tiene anche le pretese dei neofascisti che senza ritegno  sono arrivati a chiedere provvedimenti per chi nega le Foibe o ne proponga interpretazioni storiografiche contrapposte alla vulgata antiscientifica e provocatoria delle Destre.

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