“Non aspettate mai – esordisce la dottoressa Simona Tiritiello tutor dell’apprendimento a Marotta – che una difficoltà diventi un problema, prima di chiedere aiuto. Questo è il consiglio che voglio dare ai genitori, perché intervenire subito significa spesso evitare, che una difficoltà scolastica diventi una ferita sull’autostima del ragazzo. A volte vedo arrivare studenti che per anni si sono sentiti dire di non essere bravi a scuola, oppure famiglie stremate tra compiti, discussioni e tensioni e tutto ciò non fa bene alla crescita dell’adolescente”.
Chi è il tutor dell’apprendimento? “È una figura che accompagna lo studente nella costruzione di un metodo di studio e che sia realmente adatto a lui. Il mio obiettivo di lavoro non è quello di aiuto nel fare i compiti, ma quello di capire come il ragazzo apprende, quali sono le sue risorse, dove incontra difficoltà e cosa gli impedisce di esprimere le sue capacità. La figura del tutor non va confusa con l’insegnante di sostegno, che lavora all’interno della scuola con un ruolo didattico ed educativo, mentre il tutor costruisce un percorso individuale e finalizzato al metodo, alle strategie ed all’autonomia del ragazzo”. Come svolge il lavoro quando incontra uno studente? “Io non guardo mai i voti presi a scuola, ma osservo la persona. Cerco di capire chi ho di fronte, come vive la scuola, cosa pensa di se, cosa lo mette in difficoltà, quali sono le sue risorse e quale rapporto ha costruito con l’apprendimento. Molti ragazzi avendo accumulato brutti voti, rimproveri e confronti negativi con i compagni, arrivano convinti di non essere capaci ed allora prima di insegnare una tecnica di studio, bisogna ricostruire la fiducia nelle sue possibilità. Il mio obiettivo iniziale è creare un’alleanza con lo studente e fargli capire che avere delle difficoltà non significa non essere capaci, pertanto dobbiamo trovare insieme la strada adatta a lui”.
Come è cambiato lo studio in questi anni? “Moltissimo, perché sono cambiati i ragazzi e soprattutto è cambiato il mondo dove crescono. Oggi i ragazzi sono continuamente esposti a stimoli veloci, come sui social, video brevi e notifiche. Chiedere ad un adolescente di rimanere concentrato a lungo su di un libro è difficile, per cui credo che debba evolversi anche il modo di studiare. Non possiamo limitarci a dire siediti e studia, ma dobbiamo insegnare come studiare, rendendo il ragazzo parte attivo del processo”. Quali metodi usa per rendere più attivo lo studio? “Non esiste un metodo universale. L’errore più frequente è pensare che lo stesso sistema possa funzionare per tutti, invece dobbiamo cercare un modo adatto alla persona, bisogna evitare che lo studente rimanga passivo sul libro. Voglio che il ragazzo si interroghi, selezioni le informazioni, crei i collegamenti, spieghi quello che ha appreso e costruisca gradualmente il proprio discorso. Leggere per ricordare è differente dal leggere per comprendere, infatti il comprendere significa spiegare il contenuto con le proprie parole”.
Come si comporta lei, con uno studente demotivato? “Non parto certamente dicendogli di impegnarsi di più, ma cerco di capire perché ha smesso di provarci! La demotivazione spesso non è ciò che vediamo in superficie, ma può essere il frutto di ripetuti fallimenti, paura di deludere, difficoltà mai comprese o convinzione che qualsiasi sforzo porterà sempre al non risultato. Allora io cerco dei piccoli obiettivi raggiungibili e quando un ragazzo sperimenta di nuovo il piacere della riuscita, inizia lentamente a cambiare la percezione che aveva di se, ed è da lì, che possiamo ripartire”. Qual è l’errore più comune che fanno gli alunni nello studiare? “L’errore più comune è pensare che leggendo infinite volte, l’argomento rimanga in memoria. Spesso vedo pagine completamente evidenziate, ma questo è un errore perché sottolineando tutto pensiamo che tutto sia fondamentale, ma se pensiamo che tutto sia importante, alla fine nulla è importante. Io allora insegno a selezionare solo parole chiave, creare collegamenti e rielaborare i concetti. Spesso faccio chiudere il libro e lo faccio spiegare a modo loro, è così che scopriamo se l’argomento è stato realmente compreso”.
Come deve comportarsi un genitore con il figlio demotivato nello studio? “Per prima cosa il genitore dovrebbe cercare di comprendere e non di giudicare. Di fronte ad un brutto voto o ad un comportamento difficile è naturale preoccuparsi ed anche arrabbiarsi, ma dovremmo anche chiederci che cosa ci sta cercando di comunicare quel voto o quella comportamento. Se un ragazzo dice che non è interessato dalla scuola, non è detto che sia la verità, a volte si sta proteggendo dalla possibilità di fallire. Poi vanno evitati continui confronti, etichette e frasi che identificano il ragazzo con il comportamento”.
Chi è Simona Tiritiello? “Una persona determinata, curiosa e profondamente appassionata dalle relazioni umane e che non si accontenta di ciò che sa e pertanto studia e si forma in continuazione, ma soprattutto osserva le persone. Sono un Tutor dell’Apprendimento Life & Teen Coach e lavoro nell’area socio relazionale e della comunicazione. Ho proseguito la mia formazione come Consellor sistemico- relazionale, perché sentivo i bisogno di avere strumenti più completi per comprendere la persona all’interno delle relazioni. Ho fondato Studio Harmony per creare un luogo dove bambini, adolescenti, universitari e famiglie non trovassero solo qualcuno che li aiutasse a svolgere un compito, ma uno spazio nel quale costruire competenze, autonomia, consapevolezza e relazioni più funzionali”. Perché ha scelto di fare questa professione? “Dopo la laurea ho capito che quello che mi appassionava non era spiegare una materia, ma capire perché quel ragazzo non riusciva o si bloccava nel fare una cosa, oppure reagiva dicendo: non ci provo o non ne sono capace. Poi con il tempo questa curiosità si è trasformata in una professione, creando Progetto Harmony”. Si lascia coinvolgere dal suo lavoro? “Pur mantenendo il ruolo professionale, è inevitabile che ne sono coinvolta. I ragazzi si accorgono se l’insegnante davanti a loro sta solo applicando una tecnica oppure se è realmente interessato a comprenderli. Conosco le loro difficoltà, ma cerco anche di conoscere le loro passioni, le loro preoccupazioni e quello che vorrebbero diventare. Per me la professionalità e l’umanità non sono due cose opposte e spesso la relazione è il punto dove può iniziare un cambiamento”. Che emozioni prova dopo un risultato positivo? “Difficile descriverlo, ma quando un ragazzo con orgoglio mi comunica di essere riuscito dove poco prima pensava di non farcela, per me è un’emozione, oppure saper di aver contribuito al cambiamento di quell’allievo è uno degli aspetti più belli del mio lavoro”.























