Il dottor Giovanni Del Gaiso, tesoriere dell'Ordine dei Medici di Pesaro Urbino
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Chi ha ragione sulla necessità di costruire un biodigestore nella nostra Provincia? Si chiede il dott. Giovanni Del Gaiso, socio Isde, Associazione dei medici europei per l’Ambiente. Ritengo fondate le preoccupazioni dei cittadini di Vallefoglia che, preoccupati per la salute, giustamente pretendono “compartecipazione e trasparenza ”. Inoltre ritengo che il “Principio di Precauzione” sia il  presupposto imprescindibile, a dire il vero quasi sempre disatteso, che consiglia prudenza e studi approfonditi sui rischi per la salute, prima ancora di valutare i vantaggi economici. Da tempo Isde studia gli effetti dell’inquinamento ambientale e, a proposito dei rifiuti (Forsu), descrive minuziosamente nel suo documento “Position Paper”, i pro e i contro dell’utilizzo di questa forma di smaltimento. Anche gli Ordini provinciali dei medici hanno istituito le Commissioni “Ambiente-Salute”, ma per il momento non hanno espresso la propria opinione, in attesa che si pronunci la Commissione nazionale, che annovera i migliori esperti del settore, tra i quali anche il presidente e il segretario di Isde.

La direttiva europea, 2008/98/UE, recepita dal D.Lgs 205/2010, art. 179,comma1, individua come prioritario l’utilizzo  del compostaggio aerobico tradizionale. La digestione anaerobica (DA) finalizzata al recupero di energia, è da considerare “scelta di secondo livello”. Perché allora si vuole a tutti i costi costruire un impianto simile nella nostra Provincia? Sicuramente entrambi, compostaggio aerobico e digestore anaerobico, sono da preferire sia alla discarica che all’incenerimento. Il compost di qualità è capace di migliorare le proprietà chimico-fisiche e biologiche del terreno, con evidenti vantaggi per l’ambiente e l’agronomia. Il digestato prodotto dalla digestione anaerobica è utilizzabile solo dopo una fase rappresentata da un processo aerobico di compostaggio. Entrambi possono però presentare alcuni rischi sanitari legati al materiale di ingresso per la presenza di batteri patogeni, metalli pesanti eccetera… che possono contaminare il suolo, le catene alimentari e l’atmosfera. Anche l’Iss (Istituto superiore di sanità) è preoccupato per la capacità di alcune specie microbiche, come i clostridi, di sopravvivere anche in condizioni di anaerobiosi. Il ”Principio di Precauzione”, prevede oltre alla VIA (Valutazione di impatto ambientale) anche la Vis (Valutazione di impatto sanitario) al fine della prevenzione primaria di patologie, alcune gravi come il cancro, che verrebbero diagnosticate solo dopo alcuni anni, quando ogni intervento terapeutico risulterebbe tardivo.

E allora come si può risolvere il problema dello smaltimento della Forsu? Sarebbe auspicabile, se fosse possibile, raggiungere il 90% della raccolta differenziata che nelle Marche, considerate come una “Regione virtuosa del Nord”, supera il 70%. Se fosse possibile raggiungere tale soglia, si eviterebbero tutti i problemi. Per quanto riguarda il bisogno di energia elettrica, ci si chiede se sia sufficiente l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili “pulite”(eolico, fotovoltaico, idroelettrico) senza ricorrere alla quota di produzione da parte del biodigestore. Durante il Webinar organizzato venerdì scorso da Lega Ambiente si è chiesto ripetutamente ai cittadini di partecipare e di documentarsi, anche con la visita diretta al biodigestore di Foligno o di Faedo, ritenuti moderni e sicuri, senza che si corra il rischio del percolato nel terreno e di gas tossici in atmosfera.

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Qualche perplessità però sorge sull’ordinanza del Governatore dell’Emilia-Romagna che ha vietato lo spandimento del digestato nelle terre destinate al foraggio per la produzione del parmigiano, per il pericolo di sviluppo di clostridi. Anche in uno studio fatto in Germania alcuni ceppi di questi patogeni sono stati individuati nella produzione di impianti di biogas, che trattavano sotto prodotti di origine animale. Molteplici sono le domande che i cittadini si pongono. Possiamo ridurre gli sprechi alimentari o promuovere il compostaggio quale elemento di trattamento elettivo sufficiente al bisogno?

E ancora, i moderni impianti sono sicuri e proteggono dalla fuoriuscita di inquinanti atmosferici e dal percolato nocivo per il terreno e le falde acquifere? Esiste il rischio di esplosione dell’impianto? Il traffico di trenta e più automezzi al giorno tutti i giorni –  perché l’impianto non può fermarsi – costituiscono da soli un evidente grosso problema? Dal momento che viene consigliato un unico  impianto molto sovradimensionato rispetto alle nostre  necessità, perché’ ritenuto (?) economicamente più conveniente e produttivo rispetto a piccoli impianti multipli (fa il paio con quanto si discute oggi se e ’preferibile l’ospedale unico o ripristinare quelli chiusi), siamo sicuri che non verranno smaltiti anche rifiuti non consentiti? E, tanto per essere trasparenti, la politica degli incentivi in che misura favorisce i cittadini, piuttosto che chi li costruisce e li gestisce? Di certo qualche piccolo pensiero sorge, viste le scaramucce che si leggono sui giornali tra Aset e Marche Multiservizi. In  un momento in cui il Covid ha messo a nudo tutte le carenze della medicina del territorio, che andrebbe potenziata, sarebbe ora di istituire una  scuola di medicina ambientale per giovani neo laureati. Fondamentale, non solo per i rifiuti, diventa il rispetto della natura, che deve animare il tavolo di confronto serio e responsabile tra gli enti interessati, scevro da posizioni ideologiche o da speculazioni di parte, che non hanno niente a che vedere con la Prevenzione sanitaria primaria… Covid Docet!

dott. Giovanni  Del Gaiso - socio Isde

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