Lunedì scorso ho avuto l’opportunità di incontrare, direttamente nel suo ufficio, il direttore del servizio idrico provinciale Michele Ranocchi, in seguito ad una mia richiesta subito evasa. Come amministratore della cosa pubblica mi interessa capire come funzionano e sono distribuite nel territorio le infrastrutture essenziali, a cominciare proprio da quelle idriche, la cui costruzione e controllo hanno influenzato la storia stessa della civiltà umana. Gli acquedotti romani un esempio su tutti. Per una serie di fattori, climatico ambientali e sfruttamento umano, la quantità disponibile di acqua dolce è sempre più a rischio anche alle nostre latitudini, ecco perché diventa fondamentale una seria progettazione infrastrutturale che ci metta al riparo della variabilità di questa risorsa fondamentale per la vita stessa. Nella nostra provincia, diversamente da ciò che accade nelle altre dove l’approvvigionamento idrico è quasi tutto da acque profonde, e qui c’è da porsi la domanda se in queste province vengono studiati gli effetti di uno sfruttamento così intenso e prolungato e come questo va ad incidere sull’intero sistema idrico, nella provincia di Pesaro Urbino al contrario la maggior parte dell’approvvigionamento idrico, inteso come la somma dell’idropotabile e dell’irriguo, è dato dal fiume Metauro e solo in quantità limitata e per lo più irriguo, cioè per l’agricoltura, dal fiume Foglia. Poi una serie innumerevole di tante sorgenti, ma con capacità molto limitate e in via di esaurimento nell’arco di qualche decennio. Dalla cartina che mi ha sottoposto il direttore Ranocchi, possiamo suddividere la nostra provincia in 4 principali zone, partendo da nord abbiamo: il Carpegna, con i piccoli acquedotti di Montecopiolo, ora passato in Romagna, e Belforte-Piandimeleto, a scendere la diga di Mercatale, che oltre a garantire l’acqua agli agricoltori della vallata del Foglia, copre il fabbisogno degli abitanti dei Comuni di Sassocorvaro-Auditore e Tavoleto. Rimando sempre nell’entroterra, spostandoci verso sud abbiamo il Nerone, che con l’acquedotto dell’alto Metauro (sorgente di Pieia e altre), il cui uso ha praticamente seccato il fiume Giordano, fornisce acqua agli agglomerati di Fermignano, Urbino, Urbania, Sant’Angelo e Cagli-Cantiano, questi ultimi due aiutati anche dal pozzo del Burano. Poi abbiamo la Valcesano, Pergola-San Lorenzo, che utilizzano sorgenti e pozzi prossimi al Cesano. Infine il grande acquedotto della Provincia, quello che serve oltre 230 mila abitanti che parte dagli invasi di Tavernelle e San Lazzaro, sul fiume Metauro, e garantisce acqua ad un territorio a forma di U che inizia da Fossombrone, scende giù fino a Fano, Pesaro per poi risalire per distribuire l’acqua a Tavullia, Montelabbate e Vallefoglia fino a lambire Petriano. Si comprende quindi il fondamentale ruolo socio-ambientale, in parte compromesso a causa della non corretta gestione dei tre invasi, che svolge il fiume Metauro, e dall’altra le centinaia di sorgenti che stanno rapidamente collassando. E compromessa, nel territorio fanese, anche la falda naturale d’acqua dolce ma non utilizzabile direttamente in quanto caratterizzata dalla presenza di elevate concentrazioni di nitrati prodotti dall’agricoltura intensiva locale. Tanti gli aspetti che abbiamo affrontato e che, così ci siamo lasciati, sarebbe importante condividere con gli altri amministratori comunali che hanno interesse a elaborare, assieme allo gruppo di studio che verrà incaricato a breve, le migliori soluzioni per affrontare le certe prossime siccità. Infine va chiarita una volta per tutte la questione dei Comuni della costa che “rubano”, o vorrebbero farlo, l’acqua all’entroterra, come spesso è stato narrato da alcuni politici che ci hanno costruito sopra la carriera, e che così non sembra essere.
Pierluigi Ferraro - assessore ambiente Comune Montelabbate






















