Lo sport più popolare in Italia condannerà se stesso al declino, se non riuscirà a rompere la morsa tossica (aggressività, violenza, intolleranza, pregiudizio) che lo attanaglia ormai a ogni livello. Sono inaccettabili episodi come la rissa furibonda scatenatasi ieri, prima della partita di calcio fra Alma Fano e Vigor Senigallia. Non è comprensibile, se non ragionando in termini di completo disvalore, come le persone si possano armare di bastoni e cinghie pur di strappare un gagliardetto, una sciarpa oppure uno striscione ai tifosi di un’altra squadra.
Un pessimo esempio si è propagato a macchia d’olio dalle curve ultrà dei grandi stadi e adesso ammorba anche le serie minori, tanto che una partita di serie D comporta costi sociali rilevantissimi determinati dal dispiegamento di forze per garantire la sicurezza prima, durante e dopo i 90 minuti. Bisogna liberare il calcio, è una considerazione di carattere generale, dalla presenza dei violenti e dalla cappa di minaccia latente percepibile in certi slogan sia urlanti sia scritti in certi striscioni. Bisogna ricostruire una cultura sportiva, che è cultura di correttezza nei comportamenti e rispetto verso l’avversario: non dileggio, insulto o addirittura aggressione fisica. Il calcio vissuto come valvola di sfogo per frustrazioni deteriori ha come effetto collaterale di allontanare la passione più sana e genuina. Si può provare a invertire la rotta, insieme forze dell’ordine, istituzioni locali, società sportive e famiglie, cominciando proprio dalla periferia del sistema, dove la situazione appare tuttora più sotto controllo.
Marta Ruggeri, capogruppo dei 5 Stelle in consiglio regionale





















