di Anna Maria Polidori
Chi non ha mai letto il Pinocchio di Carlo Collodi? È stato il mio primo libro. Ero in vacanza da mia zia. Avevo sei anni, avevo fatto la prima elementare ma non leggevo ancora fluentemente. Mia cugina Maria Carmela un giorno mi portò in una libreria dove lo acquistammo. Fu un successo. Una volta ritornata a casa, a libro terminato non ebbi più problemi di lettura. Ma chi era questo personaggio uscito dalla penna di Collodi? Oh, un gran discolo e un impenitente: mentitore professionista come ne sono esistiti pochi. Qualcuno che non poteva fare a meno di raccontare bugie.
Pinocchio non lo faceva apposta ma era insensibile ai richiami paterni o a quelli della Fata Turchina e del grillo parlante, per la disperazione di Geppetto, che si era ritrovato con grande gioia padre di un burattino di legno, poi di un bambino normale da cui non riusciva a cavare però, purtroppo, un ragno da un buco. L’importante per Pinocchio, era la sua felicità, non quella degli altri.
Questa sua indipendenza lo ha portato a vivere inusuali, straordinarie e mirabolanti avventure rimpiazzando la quotidianità fatta di scuola, compiti, genitore, monotonia, con Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, Lucignolo, il Paese dei Balocchi e come non ricordare il soggiorno del piccolo nel ventre di una balena? La favola ci fa notare che le bugie causano solo mali, pessimi incontri e guai a non finire. I cinque zecchini d’oro del gatto e della volpe una volta piantati erano stati rubati da quei due, altro che albero pieno di soldi! Lucignolo non aveva voglia di impegnarsi e così assieme a Pinocchio se ne va in un regno incantato, quello dei Balocchi. Oh sì, lì quei due avrebbero potuto ingozzarsi e bighellonare per sempre. Senza responsabilità alcuna. Questa condizione però li spinge a poco a poco a diventare degli asinelli, perché troppe cose vengono trascurate: la scuola, la conoscenza, la lettura, i doveri di ogni giorno, l’amore per i genitori che fanno tanti sacrifici!
La balena, poi, rende l’idea della nostra esistenza, piccina, insignificante, se paragonata a quei mammiferi immensi e amichevoli degli oceani. Però la favola come ricorderete, va a finire bene. Pinocchio fa tesoro degli insegnamenti ricevuti, dall’esperienza vissuta sulla propria pelle. È da qui che riprende il racconto con Buon Sangue non Mente del fanese Giovanni Luca Giombetti, detto John Betti in una favola moderna realizzata con il patrocinio dell’Accademia delle Bugie- Le Piastre e pubblicata da Festina Lente Edizioni.
La storia non riprende dal 1800, ma fa un salto temporale e viene attualizzata ai giorni nostri e alla nostra società. Ed è di un interessante unico.
Pinuccio è il figlio di Pinocchio detto Pino. Un bambino molto più tenero e buono del padre, non ha mai dato alcun problema e fa della sincerità una bandiera. È educato, sensibile, e qualora utilizzi una bugia, sarebbe sempre a fin di bene, per non mortificare, per incoraggiare. Le bugie non sono solo negative, ci mancherebbe. Però, un giorno accade un fatto strano: dicendo una bugia bianca alla mamma, gli si allunga il naso. Orrore!
La stessa “malattia” del babbo. E adesso che cosa fare?
Il libro è spassosissimo.
Il padre di Pinuccio, Pino, ha raggiunto un ottimo livello sociale. Una sera viene invitato a cena dal sindaco. Ci sono un mucchio di altre persone cosiddette importanti e qui la scena si fa esilarante: Pinuccio a un certo punto dirà una bugia e succederà un bel patatrac! Nessuno ha notato però quel nasone lungo. Lo choc è stato troppo, la rimozione immediata, le cause di tutto quello scompiglio le più fantasiose e soggettive.
Pinuccio però dovrà pure confrontarsi con compagne di scuola cui, se dirà la verità sa a che cosa potrà andare incontro.
Un giorno succede un fattaccio nel suo plesso scolastico. Pinuccio vede chi ha causato i danni, lo dice per le ragioni che potete immaginare e purtroppo subisce una ritorsione…
I genitori sono preoccupatissimi. Lo fanno visitare da ogni possibile sapiente di questo mondo: Pinuccio capisce che la faccenda è seria, i suoi in più litigano. La moglie recrimina che il piccino ha la stessa “malattia” del padre, guarda un po’! Il povero Pinuccio, decide, rattristato, di andare via di casa.
Incontra un moderno Mangiafuoco, lo stesso che aveva conosciuto il suo babbo, ma in una versione “rivista”, che vorrebbe cinicamente fare un vagone di soldi con lui trasformandolo in un fenomeno da baraccone per questa sua caratteristica. Pinuccio se la darà a gambe levate non appena Mangiafuoco si dirigerà in un’altra stanza per stilare il contratto.
Visiterà pure lui con certi amici incontrati per strada un Paese singolare: quello del Parepiace. In realtà questo luogo si rivelerà un incubo per Pinuccio che finirà per essere inseguito, e non in senso buono, dai suoi “amici” solo poche ore dopo averli conosciuti.
Un gran salto per sfuggire a quei bulli e, oddio no! finisce pure lui nelle fauci di una sorta di balena, moderna pulitrice dei mari, scappando via al volo!
Chi risanerà Pinuccio sarà zia Celestina. Insomma: tutto è bene quel che finisce bene!
Il libro è simpaticissimo. Sono certa che i bambini lo troveranno più che spassoso. È adeguato ai loro tempi in ogni senso: ci sono i bulli a scuola, c’è chi vorrebbe sfruttare l’immagine di Pinuccio, ci sono le visite mediche per capire di che razza di “malattia rara” soffra il bambino a cui si allunga il naso, c’è una balena sì, ma creata dagli uomini affinché possa ripulire i mari, c’è zia Celestina che è una maga assai moderna, e, a differenza della versione di Collodi in cui Pinocchio rivedrà Lucignolo e gli parlerà da amico ad…asino, Pinuccio non rincontrerà più le orribili persone che lo avevano trascinato nel paese di Parepiace.
Parepiace è un posto molto, molto più spaventoso e violento di quello dei Balocchi. Nel Paese dei Balocchi l’unica colpa era divertirsi senza altri pensieri, mangiare tanto zucchero filato e caramelle, mentre qua parliamo di violenza verbale e fisica: tornano i bulli, torna la prepotenza a rimarcare il segno dei tempi. Tempi, purtroppo non più belli e sereni come quelli di una volta per le nuove e vecchie generazioni.
Il libro ci porta a considerare la nostra società, con le sue irrazionalità, le sue bellezze e le pesanti contraddizioni, lanciando un monito ambientale ben pesante: la balena non è più il misterioso, meraviglioso e temibile mammifero di cui hanno parlato grandi scrittori quali Melville nel suo Moby Dick e lo stesso Collodi, no, ma è diventata uno strumento nato per ripulire mari ed oceani dall’immondizia. C’è uno stridore pazzesco rispetto al romanzo di Collodi, che ci fa riflettere. Appare chiaro che durante questi duecento anni ci siamo spinti troppo in là modificando ambiente, tessuti sociali, anime della gente, purtroppo in peggio.
Che mondo poco romantico è stato creato, lasciatemi scrivere, ma sintetizzato con profondo acume da Betti.
Al termine della lettura ci sarà molto su cui riflettere e come sempre invito i genitori a intavolare discussioni con i loro bambini, magari leggendo tanto il Pinocchio di Collodi che la versione di Betti per coglierne somiglianze e differenze.
Bravo John Betti!






















