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FOSSOMBRONE (Nota dello scrittore e storico Emilio Pierucci) Il 17 ottobre Fossombrone celebra il ritorno del dio Vertunno con l’apertura di una mostra a lui dedicata. Prima dell’arrivo dei Romani e la conseguente bonifica della gola del Furlo, impercorribile manco a piedi, il percorso a disposizione per coloro che dovevano raggiungere la costa e per quelli che erano interessati a pervenire all’interno era la valle del Tarugo, un torrente che ha origine dall’imponente gobba del Paganuccio; di conseguenza la vallata era oltremodo frequentata diventando nel tempo un importante itinerario per uomini e merci; le genti interessate a servirsene erano gli Umbri, i Piceni, gli Etruschi e i Galli. La presenza dell’acqua e il passaggio frequente di folla, che in quel luogo trovava interesse portarono le popolazioni del tempo a supporre che quello fosse un luogo sacro, nei confronti del quale le genti si rivolgevano lasciandovi doni configurati in oggetti di bronzo e di terracotta, riproducenti figure di offerenti e di divinità. I doni rappresentavano intenzioni diverse, certune con intento propiziatorio per chiedere una grazia, dono votivo; altre come riconoscenza per un beneficio ottenuto, ex voto. Col passare del tempo l’accumulo crebbe fino a farne un compatto mucchio, definito stipe. Con la comparsa dei Romani interessati a raggiungere la pianura Padana, l’itinerario del Tarugo fu abbandonato, in quanto essi bonificarono la gola del Furlo con una sequenza di opere di ingegneria stradale e il ricco accumulo della stipe votiva lentamente s’interrò e rimase così celato per qualche millennio. Furono le rovinose piene del torrente a riportare allo scoperto, verso la fine del Milleottocento, quel ricco e prezioso accumulo. Durante tale evento molti oggetti furono dispersi, parecchi finirono in mano a privati e una modesta parte andò ai musei, a quello di Fossombrone toccò una porzione apprezzabile distinta in bronzetti, fra cui spicca il discoforo  e una modesta serie di fittili. I reperti più appariscenti finirono in altre raccolte;  lo stesso Vertunno, fu assegnato al Museo etrusco di Firenze, il reperto è alto una trentina di centimetri e il suo nome si fa risalire al verbo latino vertere, mutare; ad esso sono attribuiti molteplici modi di trasformazioni come il variare delle stagioni e il dio dei cambiamenti e dei ruoli in seno alla società, nonché il cambio di sesso, non a caso la statuetta mostra un seno prominente, un corpo ben modellato e una certa eleganza nel vestire, inoltre gli viene assegnato anche il variare delle stagioni. Di recente si è interessato a questa divinità lo studioso Maurizio Bettini con il libro “Il dio elegante. Vertunno e la religione  romana”.  Il deposito della vallata del Tarugo era cospicuo, pertanto diversi finirono a musei quali il Louvre, nella raccolta del Louvre spicca la Donna con veste lunga a fiori  chiamata Polyplacophora, la statuetta, di fine eleganza, porta in testa una speciale acconciatura e ai piedi calzature a punta. La dicitura precisa “Questa statuetta in bronzo proviene da un deposito votivo scoperto per caso, probabilmente venuta alla luce nel 1874, nei pressi di Isola di Fano (a pochi chilometri da Urbino), sulle rive del fiume Tarugo. Ѐ stato fatto tra il 520 e il 470 a. C. con la tecnica della fusione”. A Isola fino a poco tempo fa circolava la voce della presenza di un povero che andava a racimolare legna al Tarugo e a fine giornata ritornava con il suo carico di legna sulle spalle trascinando dietro di sé una statuetta. L’avevano bollato “Strascinapup”. La singolare mostra resterà aperta fino a dicembre.

 

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