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ACQUALAGNA Non è un gioco di parole ma a Bellaria di Acqualagna l’aria non è né bella né respirabile. Qui si è svolta ieri mattina la conferenza stampa del comitato “No biogas”. «Ci sono giorni, a seconda delle correnti d’aria, in cui – denuncia Vilma Fraternali – è impossibile rimanere all’aperto o aprire le finestre. Il fetore invade tutti e ogni angolo delle abitazioni. Piccoli e adulti restano vittime di conati di vomito». Sotto accusa l’attività della centrale della società Agroenergie che sorge a poche centinaia di metri. E’ stata installata nel 2012 quando le case erano già state costruite da tempo. Tante altre frazioni devono fare i conti con una realtà assurda: Farneta, Frontino e anche Abbadia di Naro nel Comune di Cagli. Un insediamento che ha destato interrogativi da subito. Al centro di una valle fiorente, ricca di tartufaie, bed and breakfast e importanti attività agricole. Fiore all’occhiello di un habitat che meritava solo di rimanere incontaminato. Oggi, come non fosse abbastanza, il digestato viene disperso nei terreni circostanti presi in affitto dalla ditta. Le richieste dei residenti sono state illustrate dall’avvocatessa Monia Mancini: «Serve ogni necessario e non altrimenti rinviabile intervento da parte degli enti, dei Comuni di Acqualagna e Cagli, Provincia, Arpa Marche e AST Pesaro Urbino. Devono cessare le insopportabili emissioni odorigene provenienti dall’impianto. Da anni la vita di queste persone, fin dentro le abitazioni ma anche nelle attività, è ingiustamente condizionata dagli ammorbanti odori che variano dal putrefatto all’acre asfissiante: uscire di casa, far giocare i bambini all’aperto, aprire le finestre, anche durante la bella stagione, far visitare le tartufaie ai turisti, insomma anche le più normali abitudini di vita e di lavoro, non sono più una libera scelta delle persone ma dipendono tutte dal fatto se ci sono o meno in corso esalazioni. Una ingiusta condizione di vita e pure di lavoro alla quale non vi è stato mai posto rimedio ed in ordine alla quale gli enti, seppur a conoscenza, non hanno trovato soluzioni». Il quadro si appesantisce: «All’impianto che produce energia elettrica e termica dal biogas derivato dalla digestione anaerobica vale a dire da processi anaerobici putrefattivi in assenza di ossigeno, all’inizio venivano conferite solo biomasse agricole del tipo mais, sorgo, triticale. Si sono aggiunti nel tempo reflui zootecnici, tra cui la pollina e le sanse». Un punto importante: «gli enti avevano tra l’altro prescritto che in caso di lamentele potrà essere prescritta dal Comune o da altri enti preposti alla salvaguardia della pubblica sanità un piano di monitoraggio secondo la norma UNI EN 13725 e nell’esercizio degli impianti e delle attività autorizzate dovranno essere adottate tutte le misure atte a ridurre possibili fenomeni di emissione diffusa in linea con le migliori tecniche e tecnologie disponibili e con eventuali e successive ed ulteriori prescrizioni dell’Arpam e dell’Asur». Il comitato ha già raccolto 500 firme. La battaglia è solo agli inizi.

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