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“Si terrà dal 2 al 18 aprile – esordisce il pittore fanese Michele Omiccioli – la mia  esposizione personale all’Artheoria nel centro di Milano, che è lo spazio espositivo Warehouse della società Theoria leader nella comunicazione.  L’ho intitolata Archipainting – Tra forme e visione e vuol essere una carrellata di opere sul tema dell’architettura in forma libera nel senso pittorico. Le opere esposte spazieranno dall’anno 2004 fino ad oggi con un breve excursus sulla mia stagione astratta del 2017 e sono visitabili dalle 15 alle 19 dal lunedì al sabato in via Ludovico Settala 41, adiacente la stazione centrale di Milano”.

Come definisce la sua arte e che artista è Michele Omiccioli? “Per me l’arte è un gioco sperimentale in cui si osserva la propria libertà, mentre considero la parola  artista una categoria dallo spirito troppo alto per essere preso alla leggera, per cui io avrei preferito chiamarmi solo pittore. Poi da alcuni anni anch’io mi sono autodefinito artista, per non confondermi con un mio omonimo fanese che come me opera nello stesso campo”. Cosa dipinge maggiormente? “C’è stato un periodo in cui disegnavo e dipingevo solo aerei. Era diventata una vera ossessione. Assecondavo la mia passione aviatoria di bambino, per cui le opere uscivano in automatico, tanto conoscevo quei lineamenti. In realtà dipingo di tutto e spesso tratto figure mostruose, in cui è visibile il loro interno biologico come in una radiografia. Ecco, posso definirmi il radiografo di ciò che ritraggo”.

Quando, come e perché ha iniziato a dipingere? “Ho iniziato nel 2001, subito dopo il G8 di Genova. È stata la rabbia a farmi intraprendere questo tipo d’arte, che poi si è rafforzata dallo spavento dell’11 settembre con l’abbattimento delle torri gemelle negli USA. È stata una sorta di liberazione per il male che vedevo attorno. Ho preso tele e pennelli e sopra un amplificatore per chitarra, che mi fungeva da cavalletto, ho iniziato ad elaborare istintivamente le mie prime realizzazioni”. Cosa prova nell’elaborare un’opera? “Considero la creazione di un’opera come una gestazione, per cui sono molto carico dal lato emotivo fino alla termine della lavorazione. Penso al mondo, alla vita e poco al risultato finale, che per primo deve sorprendere me stesso. Considero l’opera finita quando la lotta con la tela è conclusa e solo allora sento un senso di pace, ma se il risultato non mi soddisfa,  mi ci butto di nuovo a capofitto. La pittura è un filo tagliente sul quale cammina l’autore”.

Come avviene una sua lavorazione? “Se l’opera è una commissione, prima di iniziare trascorrerà un po’ di tempo per interiorizzarla, mentre se invece sento l’urgenza creativa che sta arrivando fino al limite della sopportazione, mi ci butto a capofitto. C’è poi differenza tra l’astratto e il figurativo perché quest’ultimo richiede maggior concentrazione sui dettagli dell’immagine”. Ha partecipato ad altre mostre? “Ho partecipato nel 2004 al premio La Tavolozza che mi è valso l’invito per una collettiva a Bratislava, in cui era presente anche il presidente della Repubblica Ceca. Menzione d’onore al Premio GB SALVI di Sassoferrato nel 2016. Nell’anno successivo ho avuto un’importante personale al Municipio di Norimberga con donazione di un’opera alla Kunstahalle della città. In seguito ho partecipato a varie esposizioni nazionali come alla Mole Vanvitelliana di  Ancona, alla  Parma Art Fair, ad Arte Padova e tante altre”.

C’è un’opera a cui è legato in modo particolare? “Certamente il primo lavoro dal titolo Chi vince e chi perde. È un unicum della mia produzione creata con acrilici ed è  una buona tela che resiste con sorpresa all’usura tempo”. So che esiste una curiosità ad una sua personale? “Si è successo alcuni anni fa, quando per rimproverarmi all’essermi accostato in un quadro al bravo pittore fanese Marco Verdiglione, venni definito il Verdiglino. Sono riconoscente verso i critici, non solo quelli di mestiere, ma soprattutto chi critica costruttivamente e poco importa, che io e Marco, ignari dell’esistenza l’un dell’altro, avessimo avuto su un’opera delle similitudini. L’accondiscendenza e l’elogio non insegnano niente, e ben vengano i critici, noi lavoriamo per quello, stimolare le nostre emozioni e quelle altrui”.

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