di Anna Maria Polidori
Incontriamo Giampaolo Feligioni, cagliese. Questa del dinamico studioso è la seconda pubblicazione dopo quello sulla Resistenza Memoria che non si tiene. Racconti di resistenze. Adesso lo studioso si è cimentato sull’epidemia di colera che ha tormentato la città di Cagli per qualche mese durante il 1855. Una città flagellata, con oltre 180 morti. Dalle ricerche dell’autore è scaturito il libro Cholera Morbus. Diviso in due parti, la prima narrativa, la seconda documentale abbiamo incontrato l’autore per saperne di più.
Allora come è nata la ricerca sul colera, Giampaolo? Per caso. Mi ero recato all’Archivio di Stato di Urbino per le ricerche sulla Renitenza alla Leva e un impiegato mi fece vedere un documento riguardante l’epidemia di colera scoppiata a Cagli a metà del 1800. Lì per lì è stata solo un’informazione che ho memorizzato. L’avrei ripresa più avanti. Poi, esattamente tre anni fa mi è tornata la voglia di rivedere quel documento. Ho ritrovato il testo, che non è altri se non un bollettino giornaliero delle vittime e da lì è scattata la ricerca. Sono morte 95 persone nel centro storico di Cagli.
Erano tanti 95 morti nel centro storico Feligioni…. Sì, beh, i morti, frazioni incluse e poi non tutte, ci torno, sono 182, ma potrebbero essere stati di più. Ci sono frazioni, ad esempio, dove non c’è menzione dell’arrivo del colera. Parliamo di un numero alto, circa metà di quelle esaminate.
Quante parrocchie contava Cagli a quel tempo? Ventisei, più due nel centro storico. La domanda che mi sono posto, quando non ho trovato documentazione, e creda, sia legittima, è stata questa: non c’è nulla perché le aree non sono state colpite o non c’è nulla perché non sono arrivati i documenti? Ad esempio un resoconto del parroco di Monte Paganuccio afferma che nella sua parrocchia non ci sono stati casi di colera. È possibile che alcune parrocchie non siano state toccate dal problema.
Parliamo dell’ospedale. È stato fondato nel 1803.
Recente. Prima come ci si curava da voi? Ah, questo… Penso fosse tutto in mano alla Congregazione cittadina.
Torniamo all’ospedale. Si chiamava Ospedale di Sant’Antonio che divenne, per tutti i cagliesi “il lazzaretto” dal famoso luglio 1855 quando scoppiò il colera. Essendo piccolo, solo una parte era adibita alla cura dei malati che però non potevano mai essere più di una quindicina.
E tutti gli altri? Piantonati a casa.
Che cure esistevano? I medici erano divisi in due fazioni perché non era chiaro quale fosse l’origine della malattia: c’erano preparati a basi di oppio, il laudano per bloccare gli spasmi intestinali che erano la causa principale delle violenti scariche diarroiche e sostanze per disinfettare gli ambienti e tutto quello che aveva a che fare con il malato.
Quando era arrivato il colera? In Europa nel 1828 ed è durato un decennio. In Italia fu abbastanza forte: a tal punto che il poeta romano Belli dedicò diversi sonetti al colera romano, però quello del 1835 non aveva toccato Cagli.
Da dove arrivò nel 1855? È altamente probabile che sia arrivato dalla costa. Ho trovato indicazioni che dicono sia partito da una fiera molto partecipata a Loreto. C’è poi un discorso da fare con la Flaminia. Le città più flagellate anche in Umbria sono state tutte quelle esposte a questa importante arteria stradale, molto più che le città interne, maggiormente riparate e difficilmente raggiungibili.
Chi è stato il paziente zero? Maddalena Pantaleoni, sposata, 29 anni. È morta in 24 ore.
Anche il marito? No, non mi risulta. L’epidemia poi si è chiusa con gli ultimi casi in ottobre.
I mesi più intensi? Agosto e settembre
Quanti abitanti contava Cagli?
Vado a memoria. C’era stato un censimento nel 1853. C’erano 9.558 abitanti. Nel centro storico erano 3600.
Adesso in centro… Meno di mille e sotto gli 8000 in tutto il comune.
Le condizioni che aiutarono il colera? Immagini Cagli a metà del 1800. L’acqua corrente non c’era, i bagni erano inesistenti. Le condizioni igieniche delle vie erano pessime: dentro gli androni dei palazzi, sovente era possibile notare i bisogni delle persone, fatti nei posti più nascosti. Inoltre c’erano cinque fontane a Cagli. Poi a giugno del 1855, venne vietato l’utilizzo Popolare di tre di queste cinque fontane. Lì le donne andavano a pulire i panni. Capirà bene che la riduzione del numero delle fontane è stato un sicuro veicolo di contagio. L’acqua sporca era temibile ed è stato il primo veicolo di contagio.
I ricchi si sono salvati? Sì, tutti. Diciamo che a morire è stata solo la gente del popolo per la ovvia e maggiore scarsità igienica. Sa: a quel tempo le case erano affollate, le famiglie molto numerose. In generale tanta gente viveva in affitto. Gli stabili erano di persone che spesse volte manco vivevano in città. Non potevano sincerarsi delle condizioni igieniche degli appartamenti.
Quali furono i provvedimenti presi? In municipio fu organizzata una deputazione sanitaria permanente composta complessivamente da una sessantina di persone che tutto il giorno facevano turni di due ore quattro persone per volta dalle 6 del mattino sino a mezzanotte. La deputazione sanitaria si trovava dove sono adesso i vigili urbani. Inoltre queste persone registravano denunce, lamentele, nuovi casi di colera, decessi: davano disposizione per le disinfestazioni degli ambienti dove c’era stato un decesso e le varie incombenze. Questa deputazione creata il 9 agosto è cessata il 23 di settembre.
Che accadeva ai corpi dei morti? Venivano seppelliti di sera in presenza di chi li trasportava, a volte assistiti da un prete: all’inizio vennero individuate le aree di Santa Croce e quella di Sant’Emidio. A Santa Croce sono state seppellite circa 20-30 persone. Poi pareva che Santa Croce fosse un posto troppo sensibile perché sotto vento: si pensava che perfino l’aria potesse far ammalare le persone. Sant’Emidio perché troppo vicino alle case ed al fiume. Si decise per un posto più lontano. Di fatto parliamo del cimitero tutt’ora in funzione nella località Palazzetto o Palazzuolo, un’area che a quel tempo era delle suore di San Nicolò.
C’è stata un’altra epidemia a Cagli? Sì, quella di tifo petecchiale nel 1817. Ha fatto tante vittime. Praticamente moriva una persona un giorno sì e uno no. Era una malattia portata dai pidocchi.
Quanto tempo ha messo a scrivere il libro? Beh prima ci sono state le ricerche tanto a Urbino che a Cagli. Ho trovato ovunque materiale interessante. A Urbino il bollettino della Curia. Nel Duomo il parroco registrava ogni giorno le morti e in caso di colera sottolineava che la morte era stata causata dall’epidemia. Ho trovato inoltre i verbali della congregazione sanitaria e documentazione di vario tipo. Il libro l’avrò poi scritto in sei mesi.
Le persone venivano divise quando una era affetta da colera? Allora, la risposta non è semplice, ma può essere anche molto semplice. Chi non andava in ospedale rimaneva a casa piantonato, ma il piantonamento molte volte era più teorico che reale. Alle volte i piantoni piantonavano il portone che dava sulla strada, però all’interno del palazzo i vari inquilini comunicavano. Altre volte il piantone non avevano né la volontà né la forza di impedire le comunicazioni tra la gente, quindi l’isolamento assoluto non c’era. Nessuno poteva dire che cosa succedesse dentro le abitazioni piantonate in termini di vicinanza. Ci sono stati casi in cui intere famiglie sono state massacrate dal colera. Sono morti figli, padri, parenti dentro lo stesso nucleo familiare.
Qualcosa che non abbiamo ancora detto?
L’atteggiamento dei Deputati alla Sanità. Già da aprile del 1855 avevano chiesto al vescovo i locali del monastero di Santa Chiara e del seminario per ospitare eventualmente malati di colera. Il vescovo negò i locali ma promise di fornire gli spazi all’interno dell’ospedale di Sant’Antonio; però questi locali non vennero messi mai realmente a disposizione. Non, almeno, sino allo scoppio dell’epidemia a Cagli a luglio del 1855, tanto che alla fine di luglio i locali dell’ospedale non furono messi a dispozione per ordine volontario ma perché lo decisa la congregazione che gestiva l’ospedale.
Quanti medici c’erano a Cagli nel 1855? Tre: Gaetano Grazia, Giuseppe Taglioni, Eleuterio Perrucchini. Ci sono riferimenti a loro ma non loro testimonianze significative
Il libro è disponibile presso la libreria in Via Leopardi di Gianni Palazzetti.






















