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Per parlare a ragion veduta della fattibilità del ripristino della Fano Urbino bisognerebbe partire da uno studio serio, ora consultabile in comitatocicloviadelmetauro.com. Si tratta di un documento inattaccabile, oltre che sul piano tecnico ed economico, anche politico perché è stato voluto da partiti favorevoli alla riattivazione della linea ed è stato elaborato da chi ne sa più di tutto, cioè le Ferrovie dello Stato; dimostra con dati oggettivi che il treno non può riutilizzare il vecchio sedime. Per anni è stato nascosto perché altrimenti sarebbero crollate promesse elettorali che hanno illuso tantissime persone in buona fede.

Ecco alcuni dati. I costi superano di molto i 448 milioni e sembrano inadeguati per fare grandi opere come il sostanziale rifacimento di ponti (per es. quello di Fossombrone) e gallerie troppo strette e a rischio crollo; a parte l’inflazione, vanno aggiunti i costi “indiretti” per nuove strade, spostarne o chiuderne altre, rotatorie, sottopassi o sovrappassi automobilisti, per terreni in frana, espropri, per gestione, manutenzione e sicurezza della linea di certo non da parte di RFI, ecc.; in più vanno calcolati i costi ambientali: consumo di suolo, abbattimento di migliaia di alberi lungo i binari e il continuo spargimento di prodotti chimici antivegetativi, il disturbo antropico, ecc. E‘ poi significativo il fatto che non si mai sia mossa la “catena istituzionale” di parlamentari nazionali e regionali, sindaci, assessori, presidenti, ecc. quasi tutti, a parole, favorevoli al ripristino.

Lo studio aveva il compito di rispettare punto per punto il vecchio percorso; per questo sono state individuate “alternative progettuali” per adeguare il territorio alla ferrovia, e non viceversa; pertanto, sono state trovate soluzioni fantascientifiche, possibili solo in teoria, come ad es. un lungo viadotto ferroviario che a Fano, nello spazio di un paio di km, sale a cinque metri dal suolo sfiorando il tetto di un condominio.  Eppure, gli elementi contrari al ripristino erano già noti in particolare alla Regione che voleva addirittura il ripristino commerciale (non si sa con quali risorse) ma nel 2023 ammetteva che un treno non può passare all’interno dei nostri quartieri; era inoltre chiaro che le Ferrovie da decenni si disinteressano di una piccola linea a binario unico, senza sbocchi verso il Tirreno, con un bacino d’utenza insufficiente, che non arrivava nei centri collinari e in concorrenza con una capillare rete di trasporto pubblico locale. A parte qualche voce isolata, gran parte della politica locale non affronta questo argomento di fondamentale importanza, anche se, tra l’altro, sono previsti Piani Urbanistici Generali per i quali è indispensabile sapere il destino di un tracciato ferroviario che interessa sette Comuni. E bisognerebbe anche fare presto perché lo studio scade nel 2028. Invece, continuano a circolare concetti superficiali e lacunosi, senza tener conto di uno studio autorevolissimo costato ben un milione e 350mila euro; di conseguenza, e solo per motivi ideologici, si ostacola una ciclovia che altrove ha portato enormi vantaggi; oltretutto, passando ai margini dei binari, sarebbe possibile far utilizzare la massicciata da un moderno mezzo di trasporto pubblico. Non è ora che i decisori politici affrontino senza pregiudizi e con dati alla mano un tema che da decenni condiziona la vita di decine di migliaia di persone?

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Comitato Ciclovia del Metauro

Nell’immagine, un tratto in frana della ferrovia

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