Il pozzo del Burano fra Cagli e Cantiano
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Endro Martini, Geologo Ambientale (SIGEA-APS)

Nella Regione Marche la figura di Enrico Mattei, nato ad Acqualagna e trasferitosi poi a Matelica è famosa e ricordata sia per la sua casa nativa in Acqualagna che per il Museo di Matelica gestito dalla nipote Rosangela Mattei, che per il campus Mattei presso l’università di Urbino e infine per  la Geotecneco e Idrotecneco poi Aquater a San Lorenzo in Campo.  Enrico Mattei, nominato commissario per liquidare l’Agip, disobbedì, rilanciò l’azienda e, attraverso l’Agip Mineraria, guidò la ricerca di idrocarburi che portò al boom energetico italiano. E negli anni 1955 e 1956 proprio come Agip Mineraria effettuo un pozzo esplorativo tra Cagli e Cantiano, a margine del Fiume Burano, non lontano dalla sua città di origine per cercare idrocarburi. Il pozzo fu perforato per circa 2500 metri , di cui esite una straordinaria stratigrafia ben descritta. Una  massiccia venuta d’acqua durante la perforazione avvenuta  a circa 300 metri di profondità in corrispondenza del calcare massiccio e l’imponente afflusso di falda  a quasi 30 atmosfere al piano campagna costrinse l’Agip a interrompere l’opera e ad abbandonare il pozzo ulteriormente perforato e poi risultato sterile.

 

Cronistoria del pozzo Burano e inquadramento geologico

Nel luglio del 1990 la Regione Marche, con apposita deliberazione affidò alla Società Aquater del Gruppo ENI, il compito di eseguire studi e monitoraggi delle risorse idriche esistenti nella dorsale Carbonatica Catria Nerone e la perforazione di un  pozzo per acqua, nell’ambito di un progetto generale per la realizzazione di impianti di soccorso per approvvigionamento idrico di Cagli e di Acqualagna. Si volevano raggiungere i seguenti scopi: conoscere qualità e potenzialità delle acque sotterranee esistenti nella zona (scoperte dalla perforazione Agip del 1956); individuare i caratteri idrogeologici quali i livelli acquiferi, le aree di ricarica, il bilancio idrogeologico; valutare i rapporti tra prelievi dal pozzo e sorgenti della zona, al fine di una salvaguardia e corretta gestione della risorsa stessa avendo cura di non indurre scompensi nei fiumi e nelle sorgenti che potenzialmente potevano interagire con i serbatoi idrogeologici profondi. La perforazione venne eseguita fino alla profondità di 300 metri e fu allestito un sistema di monitoragio delle sorgenti e delle portate dei fiumi anche a pozzo aperto che faceva uscire a pressione circa 300 litri secondo. Per timore di stressare l’acquifero e per l’opposizione della popolazione locale, il pozzo non fu mai allacciato alla rete acquedottistica. Dopo varie discussioni e ricorsi  una sentenza del tribunale di Urbino autorizzo il prelievo di 35 litri secondo da quell’acquifero: fu così scavato un altro pozzo denominato Cagli 1 da cui si preleva da tempo il fabbisogno idropotabile per Cagli e Acqualagna ( in concessione a MMS). Per l’inquadramento geologico e idrogeologico nel seguito due immagini estratte dal lavoro Hydrogeochemistry of groundwaters from carbonate formations with basal gypsiferous layers: an example from theMt Catria-Mt Nerone ridge (Northern Appennines, Italy) di Bruno Capaccionia, Mariano Didero, Carmela Paletta, Piero Salvadori dell’ Università di Urbino pubblicato su Journal of Hydrology 253 (2001) 14-26.

In conclusione gli autori sopra citati ritengono che l’acquifero basale  deve essere suddiviso in due unità idrauliche pressoché indipendenti con due aree di ricarica e scarico indipendenti: l’area del Monte Catria che fornisce acque per pozzi e sorgenti nella Valle del Burano, con i tassi di scarico più elevati; e la zona del Monte Nerone che rifornisce d’acqua la Valle del Vitoschio e la Sorgente di S. Nicolo. Ciò sempre secondo gli autori potrebbe anche spiegare i diversi regimi di pressione idraulica osservati nell’acquifero basale tra le valli di Bosso e Burano.

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Situazione oggi e utilizzo del Pozzo Burano

Come detto il pozzo Burano  non viene utilizzato a scopo idropotabile. L’acquifero da cui capta il pozzo è stato dichiarato come riserva idrica strategica regionale dalla L.R.5/2006 che all’ art. 2 stabilisce  le acque sotterranee dei sistemi appenninici come una riserva strategica da tutelare. Il Piano di tutela delle aque della Regione consente un uso eccezionale e il prelievo è consentito solo per fronteggiare situazioni di emergenza e carenze idriche gravi, attivabile su disposizione della Protezione Civile dopo specifici studi che escludano danni ambientali. Dal 2006 e fino allo scorso anno, ogni evento siccitoso che a seguito della crisi climatica si ripete sempre più spesso e con lunghe durate, viene sistematicamente ancora affrontato e gestito aprendo il famoso pozzo BURANO a 300 litri secondo a bocca pozzo, per scaricarli anche per periodi di 60/90giorni, nel fiume Burano, fargli fare circa 18 chilometri fino ad incontrare il fiume Candigliano  per essere poi pompati  e potabilizzati  perché nel frattempo questa portata di 300 litri secondo  si è presa in carico un poco di acque depurate rivenenienti  da depuratori che scaricano nel Fiume Burano. E la parte non pompata va alla diga del Furlo che la scarica poi a Valle per rimpinguare il bacino di San Lazzaro dove c’è una concessione di derivazione da 600 litri/sec a scopo idropotabile data a MMS per approvvigionare la costa. Molti aggiungono  pure che questa acqua che esce dal Pozzo, essendo freddina, serve a raffreddare le acque delle dighe lontane più di 20 chilometri, da  cui partono i prelievi idropotabili per la costa e  serve pure ad impedire le formazioni algali,  perché ovviamente questa acqua, nel suo lungo viaggio verso le dighe, non si riscalda mai nell’alveo fluviale, ne evapotraspira,  visto che nei periodi siccitosi la temperatura non scende mai sotto i 25 di notte  o i 38/40 gradi centigradi di giorno come in questo recente periodo (che bella favola!).

E proprio in data 31 luglio 2026 a causa di una ennesima crisi idrica il Pozzo Burano è stato aperto con lo scarico di acqua nell’omonimo fiume: grande soddisfazione da parte dei decisori!

Sono personalmente assai critico per questo modello di utilizzo di un’ acqua sotterranea di un acquifero strategico, che potrebbe essere decisamente meglio utilizzato. È giunto il momento di rendere visibile l’invisibile ( Rapporto UNESCO 2022)  e di scoprire le acque sotterranee che ci sono e che sono disponibili e utilizzabili senza doverle scaricare nel fiume( un lusso improponibile). Le falde acquifere possono anche tamponare gli impatti derivanti dalla variabilità stagionale e dal cambiamento climatico. Tuttavia, questa risorsa naturale è spesso poco compresa, e di conseguenza sottovalutata e mal gestita. È giunto il momento per questa risorsa sotterranea e per questo POZZO BURANO di prendere il coraggio a quattro mani, di effettuare una analisi costi benefici ecologica ed economica  per valutare un più appropriato utilizzo di queste acque. Sappiamo che la Direzione Risorse Idriche della Regione Marche sta facendo attente valutazioni e studi anche con la collaborazione dell’ Università Politecnica delle Marche per capire e trovare risposte. Auguriamoci che si trovino presto le soluzioni ottimali sia ecologiche che economiche per connettere questa risorsa senza sversamenti, senza sprechi, garantendo la tutela della falda idrica sotterranea.

SI PUÒ FARE , BASTA VOLERLO.

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