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Nel giorno in cui piangiamo Carmelo Cogliandro e trascorso appena poco tempo dalla scomparsa di Pier Paolo Storoni, due figure benemerite che hanno dato tanto al calcio fanese, la domanda si pone di nuovo e a maggior ragione. Con assoluta urgenza. E per doveroso rispetto verso chi la maglia, i colori, l’ideale granata l’ha sempre portato nel cuore. Fino all’ultimo istante della propria vita. Spesa con dedizione e spirito di servizio. In una parola, amore. E che si aspettava, come molti se non tutti attendono, un piccolo gesto di grande significato morale. Per dirla come sta, cosa e chi osta a restituire al club il nome e il simbolo che gli appartengono di diritto?  L’Alma Juventus Fano, nobilissimo termine coniato dal Professor Gandiglio nel lontano 1906 (non ieri quindi e, per favore, giù il cappello davanti alla storia e alla bellezza), ha  cavalcato le onde burrascose dei decenni, vivendo l’ebbrezza sulle creste della gloria e riemergendo ogni volta dai gorghi insidiosi delle crisi episodiche. Infine, mercé la sconcertante gestione di avventurieri da quattro soldi venuti da lontano a saccheggiare un autentico patrimonio collettivo, ha dovuto forzatamente soccombere di fronte agli ineluttabili eventi.  Ma a volte si può morire per rinascere.  Si deve riuscire a chiudere un capitolo per aprirne uno nuovo, diverso, foriero di sorti migliori. Lo ha fatto la Fiorentina all’alba degli anni 2000, travolta dal fallimento, ribattezzatasi ex abrupto Florentia Viola (la si incrociò in C2 nella stagione 2002-2003) e subito di presso tornata a chiamarsi come notoriamente la si conosce. A Fano si sta ripetendo la stessa vicenda ma il lieto fine stenta a palesarsi. Ripartiti sotto le spoglie di Alma Fano Calcio (opinabile mix di vecchio e nuovo che sa tanto di fredda burocrazia) e con  sul petto un logo altrettanto insignificante, più turistico che da squadra di football, passati ormai due anni dalla rinascita, non si capisce bene  per quale raro motivo non ci si riallinei al passato, mettendo così anche la sordina ufficiale alle nauseanti vicissitudini patite da ultimo. Nome, marchio e matricola sono in possesso di un noto professionista cittadino, disposto, a quanto sappiamo, a farne dono al club senza alcun ritorno. Chi rema contro a ciò? E perchè? La faida interna ha forse la stessa matrice di quella che ha diviso la curva, mettendo i gruppi ultras l’uno contro l’altro? E chi deve decidere sulla questione: la società in piena autonomia, il Consorzio che la finanzia o le istituzioni che hanno le mani in pasta nella vicenda e questo non è un mistero? In realtà la gente comune ha già deciso. In massa. Al di là delle ripicche e delle meschine vendette trasversali a rappresentarci tutti è il blasone dell’Alma Juventus Fano 1906. Lo è stato e lo sarà in eterno. Perché la fede non ha tempo e non le si può cambiare identità a comando, violando le ragioni dell’anima.  Sarebbe un reato di lesa maestà verso la fanesitudine più profonda e radicata. Appunto da sempre.

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Sandro Candelora  - opinionista

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