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di Anna Maria Polidori
XS Cagli – ReWriters fest,  tenutosi lo scorso week-end al Teatro Comunale di Cagli ha ospitato un dibattito: Donne e Informazione: che cosa è cambiato negli ultimi 30 anni che ha visto protagoniste la scrittrice e giornalista Barbara Alberti e Francesca Capoccia, caporedattrice urbinate che vive adesso a Bologna. L’incontro è stato moderato da Eugenia Romanelli.
Alberti ha cominciato dicendo che lei non si era preparata su questo argomento: “Avevo un sacco di cose scritte sull’amore. Ci dev’essere stato un disguido, non devo aver capito bene. Non sono preparata su questa roba qui”.
Allora Eugenia chiede a Barbara Alberti che cos’è l’amore e la Alberti fa un lungo sospirone.
“L’amore è una cosa talmente tanto personale… Ho paura a schematizzare. L’amore è davvero un mistero: è qualcosa che noi non governiamo. L’amore è misterioso: una volta innamorati troviamo mille maniere per giustificare questo sentimento”.
Intanto Capoccia spiega il giornalismo attuale:
“Prima si entrava in redazione facendo un po’ di gavetta. Adesso è diverso: certo la situazione è quella che è. Ci sono molti freelance che hanno in piedi tante collaborazioni e tentano di arrivare così a fine mese. Sarebbe preferibile creare gruppi di freelance o cooperative. Questo porta  a pensare che c’è una presa di coscienza generale del significato che vogliamo dare al lavoro. Questo è possibile grazie a internet, grazie ai social. Ci sono tantissimi progetti che nascono su Instagram ad esempio mantenendo un contatto diretto con i lettori e stando attenti anche ai termini che vengono utilizzati per parlare di una persone cosiddetta ‘grande’”.
Secondo Barbara Alberti però l’utilizzo di queste nuove parole non corrisponde a verità.
“Mi sembra anzi che tutte queste attenzioni così democratiche, non corrispondano alla realtà. Nascondono una discriminazione spaventosa che c’è verso i vecchi, verso i poveri, e non vorrei che il linguaggio coprisse una realtà che non è bella per nulla. Non credo che il linguaggio possa modificare il pensiero, ecco. Non credo che il linguaggio possa cambiare: può attutire ma non cambiare, lasciando invece il mondo schifoso com’è”.
Per Capoccia il linguaggio costruisce un senso di realtà. Alberti invece:
“Appartengo a una categoria inferiore: quella dei vecchi. Tanto ti trattano da vecchio, voglio dire. Sanno che stai uscendo dal mondo e quindi vali molto meno. E soprattutto viviamo in un mondo immerso nella violenza: abbiamo una guerra che fa paura. Soprattutto viviamo in un tempo in cui abbiamo smesso completamente di reagire. Giovani vecchi…Guardate che questi ci stanno facendo fritti. Ci dovrebbe essere una cosa unanime contro queste guerre. Noi adesso siamo ancora in pace in questa meravigliosa città e stiamo in questo meraviglioso teatro ma c’è d’aver paura. Io spero prima o poi che i giovani facciano uno sciopero mondiale contro la guerra. L’unico potere che ci è rimasto è lo sciopero. rifiutando così la collaborazione a questa macelleria! Attraverso la rete potrebbe organizzarsi quaslcosa di meraviglioso”.
Capoccia afferma che ci sono sempre manifestazioni a Bologna ma tanti giovani partecipano di meno e vanno meno in piazza perché hanno paura di restare feriti. Poi Capoccia focalizza sulla comunicazione dei TG. In Italia sempre e solo politica e cronaca nera, in Francia, dove la ragazza ha dei parenti ed ha lavorato invece è tutto diverso: la cronaca nera non viene trattata. 
“È normale che se passi sempre la cronaca nera instilli nelle persone un senso di paura, di preoccupazione, una percezione di insicurezza, un non stare bene nel Paese in cui vive: è la costruzione dell’orrore. Percezione della paura e paura reale sono due sentimenti contrapposti: ad esempio magari vengono descritti diversi omicidi in una città. La gente può pensare che il luogo dove vive non sia sicuro, mentre in realtà non c’è un reale innalzamento del rischio per i cittadini e le statistiche ed i numeri sono sempre quelli. I termini poi sono importanti”.
Barbara Alberti afferma che:
“Effettivamente tante volte quando guardo il telegiornale vorrei buttarmi dalla finestra”.
Invece sull’amore come valore, come condizione  in  grado di spronare a migliorare le società la Alberti afferma:
“L’amore è l’unica forza che sì, può combattere l’odio e la fabbrica di morte che è diventata il nostro mondo. Quando vai poi a scuola ti insegnano solo guerre e ammazzamenti. La storia è questa: sì, poi ci possono essere quattro righe sul pittore importante, ma…”.
Eugenia quindi chiede se l’Alberti teme l’educazione sesso-affettiva nelle scuole.
“Bisogna vedere chi la fa perché potrebbe essere una bomba. È un argomento molto delicato e la persona che fa queste lezioni dev’essere illuminata, libera e benevola. Qualcosa del genere in mano a qualcuno poco adatto può creare un invalido sessuale tutta la vita. L’insegnamento è molto importante.  Quindi scegliere la persona giusta è indispensabile. C’è una potenza di grazia, di gioia, di umorismo nel sesso che ci vuole una persona molto amica della vita, spregiudicata. Se uno vuole informazioni sul sesso adesso vai in rete e in cinque minuti vedi tutto quello che c’è e non c’è, però i punti cruciali sono: le maestre elementari e chi si occupa di questo. La maestra elementare è il faro o l’abisso della tua vita. È la persona che ha in mano il bambino che sta crescendo. E così pure la persona che insegna il sesso deve conoscerlo, amarlo”.
È stato poi chiesto a Barbara Alberti se abbia mai sofferto per sessismo.
“No mai, e se è successo non me ne sono accorta. Ho sempre trovato delle persone intelligenti. Nell’editoria non mi sono mai sentita trattata male”.
Anche Capoccia racconta di essere stata fortunata rispetto a tante altre sue colleghe. Viene fatto notare all’Alberti che 30 anni fa era tra le poche donne di spicco dell’informazione.
“Ah questo non lo so. Non mi sono mai sentita discriminata come donna sebbene sappia di tante ragazze molestate. Poi, che ne so? Può darsi che non attiravo”.
Invece poi la Alberti parla di 1984 il romanzo di Orwell. 
“Mentre il protagonista può appiattirsi, e tentare di recuperare un po’ della sua vita, adesso ti centrano al millesimo. La possibilità di controllo è terribile”.
Non vorrebbe mai alcun tipo di censura la Alberti: “Non vorrei mai che fosse censurato Celine o altri scrittori. Vorrei che il linguaggio fosse libero. Certo che mi dispiace se mi incrociano per strada e mi dicono: ah, brutta vecchia!!! Eppure è il mondo giusto: i miei nonni si facevano chiamare il vecchio e la vecchia. Adesso non puoi permetterti manco la condizione di stare sfumando nella vita. C’è un consumismo tremendo e si capisce: un morto non consuma più”.
Capponi spiega che il politically correct è importante per dare dignità alle persone.
La moderatrice chiede se c’è ancora possibilità di esprimersi. Capponi e Alberti spiegano che al momento non ci sono problemi. Come costruire una società felice? chiede Romanelli.
Alberti: “Beh, non c’è riuscito manco Gesù Cristo. Forse, diventare economisti e capire quanto sia difficile non farsi la guerra. La Bibbia comincia con l’uccisione di un fratello. Eppure c’è la bellezza nella concordia. Adesso Prevale il male. Noi bisnonni, ex bambini degli anni ’50 eravamo cresciuti con un bellissimo ritornello: mai più. Eravamo stati così tanto orripilati dalla seconda guerra mondiale, dove si erano consumati così tanti delitti come l’uccisione di 6 ml di persone! Credete: anche allora la tecnologia aiutava. E dopo poche generazioni che cosa risuccede: di nuovo la guerra. Gli uni contro gli altri. Se fossero morti migliaia di bambini italiani, inglesi, spagnoli, e non i bambini di Gaza, sarebbe successo un putiferio. Ma vedete esiste anche questo tipo di razzismo. Il male ha fatto dei passi da gigante anche attraverso la tecnologia. Così trovi una persona che sta per lasciare il mondo e la trovi più perplessa di quando c’è arrivata e molto spaventata per le persone amate che lascia, piccoli, grandi, in un mondo così. Penso che se non arriverà una risposta dal basso, saremo fritti!”.
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